San Josemaria Escrivá. Fondatore dell'Opus Dei - Opus Dei: Biografia, insegnamenti e libri di san Josemaria Escriva, fondatore dell'Opus Dei. Disponibli anche articoli e testimonianze. http://www.it.josemariaescriva.info/ <![CDATA[La Prima Comunione]]> San Josemaría fece la Prima Comunione il 23 aprile 1912, a dieci anni dopo essere stato cresimato. Ricordò sempre con un fervente candore gli anniversari di questa data, in cui il Signore, come era solito dire: volle diventare il padrone del mio cuore.

In Spagna non usava che i bambini facessero la Prima Comunione prima dei dodici o tredici anni, usanza osservata anche in molti altri paesi. Fu in virtù del decreto di san Pio X, nel 1910, che questa data venne fissata al momento del raggiungimento dell’uso di ragione, e cioè intorno ai sette anni.

Un religioso scolopio, Padre Manuel Laborda de la Virgen del Carmen – “Padre Manolé”, come lo chiamavano affettuosamente i suoi alunni – si occupò della preparazione religiosa di san Josemaría. E nell’aspettare il tanto desiderato giorno insegnò al bambino una preghiera per mantenere vivo il suo desiderio: “Vorrei, Signore, riceverti con la purezza, l’umiltà e la devozione con cui ti ricevette la tua Santissima Madre, con lo spirito e il fervore dei Santi” . Preghiera che da allora Josemaría recitò sempre.

La vigilia del giorno stabilito venne chiamato un parrucchiere per fargli sistemare i capelli; ma questi nel prendergli una ciocca per fargli un boccolo, con le piastre calde gli produsse una bruciatura sulla testa. Il bimbo non disse nulla per evitargli un rimprovero e non causare disagio. Successivamente sarà sua madre ad accorgersi della cicatrice prodotta dalla bruciatura. E da allora, nei giorni di festa, il Signore si farà presente a Josemaría con il dolce criterio del dolore o della contraddizione, come una carezza.

Fece la Prima Comunione il 23 aprile 1912, a dieci anni dopo essere stato cresimato. Era la festa di san Giorgio, patrono dell’Aragona e della Catalogna, e giorno tradizionale per la cerimonia che ebbe luogo nella chiesa del Collegio degli Scolopi. Nel ricevere la Sacra Eucarestia pregò per i suoi genitori e per le sue sorelle, supplicando il Signore di concedergli la grazia di non perderLo mai.

Ricordò sempre con un fervente candore gli anniversari di questa data, in cui il Signore, come era solito dire: volle diventare il padrone del mio cuore.

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<![CDATA[Cristo presente nei cristiani]]> <![CDATA[Un villaggio chiamato Emmaus]]> <![CDATA[Risurrezione di Cristo: mistero di salvezza]]> <![CDATA[Gerusalemme: il Santo Sepolcro]]> Tracce della nostra fede

Sopraggiunta ormai la sera, poiché era la Parasceve, cioè la vigilia del sabato, venne Giuseppe, un uomo ricco di Arimatea (Mt 27,57), uomo buono e giusto, membro del Sinedrio, che non aveva aderito alla decisione e all'operato degli altri (Lc 23, 50-51). Era discepolo di Gesù, però nascostamente, per timore dei giudei (Gv 19,38). Coraggiosamente andò da Pilato per chiedere il corpo di Gesù. Pilato si meravigliò che fosse già morto e, chiamato il centurione, lo interrogò se fosse morto da tempo. Informato dal centurione, concesse la salma a Giuseppe (Mc 15, 43-45). Nicodemo, quello che era andato da Gesù nottetempo, venne anche lui portando una mistura di mirra e aloe, di cento libbre, più di trenta chili.

Presero il corpo di Gesù è lo avvolsero in lenzuoli, con gli aromi, come era costume dare sepoltura tra i giudei. Nel luogo dove fu crocifisso c’era un orto, e nell’orto un sepolcro nuovo in cui non era stato ancora sepolto nessuno (Gv 19, 39-41). Giuseppe lo aveva fatto scavare nella roccia (Mt 27, 60). Dato che era la Parasceve, e il sepolcro era vicino, posero lì Gesù (Gv 19, 42). Fecero rotolare una grande pietra all’ingresso del sepolcro e se ne andarono. Erano lì Maria Maddalena e l’altra Maria (Mt 27, 60-61), le donne che erano venute con lui dalla Galilea, e videro il sepolcro e come era stato sistemato il suo corpo. Rientrarono e prepararono aromi e unguenti. Il sabato riposarono secondo il precetto (Lc 23, 55-56).

Entrando nella basilica del Santo sepolcro, il pellegrino si trova in uno spazio limitato, chiuso da muri, che fa da atrio. Di fronte alla mancanza di prospettiva dell’insieme architettonico, la vista è attirata da quella che è conosciuta come la Pietra dell’Unzione, fiancheggiata da alti candelabri e decorata con una fila di lampade votive appese. Questa lastra, rialzata di alcuni centimetri dal pavimento, ai piedi del Calvario, aiuta a ricordare le pie cure che Giuseppe d’Arimatea e Nicodemo prestarono al corpo di Gesù dopo averlo schiodato dalla Croce.

Andando un po’ più avanti verso ovest, troviamo un piccolo monumento: una lastra circolare di marmo sul pavimento, coperta da un baldacchino. Secondo la tradizione, da questo punto le donne seguirono la deposizione e la sepoltura del Signore. Di fronte, attraversando un vano tra due enormi colonne, si accede alla Rotonda, o Anastasis, il mausoleo che Costantino fece costruire come cornice per la tomba di Gesù. Questa si trova al centro, al livello del pavimento della basilica, racchiusa in una cappella.

Le costruzioni hanno trasformato la zona e anche parte dello stesso sepolcro, ma grazie ai dati scritturistici e archeologici possiamo farci un’idea di come era nel primo secolo. Il Golgota era parte di una cava abbandonata. La tomba era stata scavata in una roccia di questa pietraia e presentava una bassa apertura sul lato est, quella che venne chiusa rotolando una grossa pietra, attraverso la quale probabilmente bisognava passare inginocchiandosi. Dopo uno stretto passaggio si entrava in un vestibolo, che a sua volta portava alla camera funeraria. Lì depositarono con premura il corpo del Signore, sopra un banco scavato sulla destra, nella parete nord, perché cominciavano a vedersi le luci del sabato (Lc 23, 54).

Il sepolcro vuoto
Passato il sabato, Maria di Magdala, Maria di Giacomo e Salome comprarono oli aromatici per andare a imbalsamare Gesù. Di buon mattino, il primo giorno dopo il sabato, vennero al sepolcro al levar del sole. Esse dicevano tra loro: «Chi ci rotolerà via il masso dall'ingresso del sepolcro?». Ma, guardando, videro che il masso era già stato rotolato via, benché fosse molto grande. Entrando nel sepolcro, videro un giovane, seduto sulla destra, vestito d'una veste bianca, ed ebbero paura. Ma egli disse loro: «Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui. Ecco il luogo dove l'avevano deposto. Ora andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro che egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto» (Mc 16, 1-7).

Conosciamo bene i racconti evangelici delle apparizioni del Signore risuscitato: a Maria Maddalena, ai discepoli di Emmaus, agli Undici riuniti nel Cenacolo, a Pietro e ad altri apostoli sul mare di Galilea… Questi incontri con Gesù, che permisero loro di testimoniare il reale avvenimento della sua Resurrezione, furono preparati dalla scoperta del sepolcro vuoto. “La sua scoperta da parte dei discepoli è stato il primo passo verso il riconoscimento dell'evento della Risurrezione (…). «Il discepolo... che Gesù amava» (Gv 20,2) afferma che, entrando nella tomba vuota e scorgendo «le bende per terra» (Gv 20,6), «vide e credette» (Gv 20,8). Ciò suppone che egli abbia constatato, dallo stato in cui si trovava il sepolcro vuoto, che l'assenza del corpo di Gesù non poteva essere opera umana e che Gesù non era semplicemente ritornato ad una vita terrena come era avvenuto per Lazzaro (Catechismo della Chiesa Cattolica, 640).

Anche per i primi cristiani la tomba vuota dovette costituire un segno essenziale. Possiamo immaginare che si avvicinassero a questo luogo con venerazione, lo contemplassero attoniti e gioiosi… A questi fedeli ne seguirono altri e altri, di modo che la memoria del luogo non andò perduta nemmeno quando l’imperatore Adriano rase al suolo Gerusalemme, nella prima metà del secondo secolo. Questa tradizione risuona con drammaticità in una relazione di Eusebio di Cesarea, in cui si descrivono i lavori auspicati da Costantino nel 325 e la scoperta della tomba di Gesù: “quando, tolto un elemento dopo l’altro, apparve il luogo in fondo alla terra, allora, contro ogni speranza, apparve il resto, cioè il venerato e santissimo testimone della resurrezione salvifica, e la grotta più santa di tutte riprese lo stesso aspetto della resurrezione del Salvatore. Di fatto, dopo essere stata sepolta nelle tenebre, tornò di nuovo alla luce, e a tutti quelli che venivano a visitarla lasciava intravedere la storia delle meraviglie compiute lì, testimoniando con fatti più sonori di qualunque voce la resurrezione del Salvatore” (Eusebio di Cesarea, De vita Constantini, 3, 28).

Gli architetti di Costantino isolarono la zona della tomba di Gesù e tagliarono la roccia in cui era stata scavata, di modo che il sepolcro rimase separato all’interno di un cubo di pietra. Lo rivestirono con un’edicola, e, facendone il centro, gli progettarono intorno un mausoleo di forma circolare – la Anastasis -, coperto da una grande cupola con un occhio. Per quanto questa struttura si sia conservata fino ai nostri giorni, pochi elementi risalgono alle opere originali.

La cappella deve il suo aspetto a un restauro realizzato nel 1810 dai cristiani greco-ortodossi, sebbene l’altare situato sul lato posteriore, che appartiene ai copti, risalga al XII secolo. Inoltre è puntellata con travi di acciaio dalla prima metà del XX secolo, a causa dei danni subiti durante un terremoto. Sopra il tetto piano dell’edicola si innalza una piccola cupola di stile moscovita, sostenuta da piccole colonne; la facciata è adornata di candelieri e lampade d’olio; e, sui lati, numerose iscrizioni in greco invitano tutti i popoli a lodare Cristo resuscitato.

L’interno consta di una camera e di una cameretta, comunicanti attraverso un’apertura bassa e stretta. La camera misura tre metri e mezzo di lunghezza per quattro di larghezza, e simula il vestibolo dell’ipogeo originale, che fu eliminato già al tempo di Costantino. Si chiama Cappella dell’Angelo in ricordo della creatura celeste che, seduta sulla grossa pietra che chiudeva il sepolcro, apparve alle donne per annunciare loro la resurrezione. Un pezzo di questa pietra è custodito al centro della stanza, in un piedistallo; fino alla distruzione della basilica nel 1009 per ordine di El-Hakin, si era conservata intera. La furia del sultano raggiunse anche la cameretta, che corrisponde esattamente al sepolcro del Signore, ma il danno fu presto riparato. La nicchia in cui Giuseppe d’Arimatea e Nicodemo deposero il corpo di Cristo si trova sulla destra, parallela alla parete, coperta da lastre di marmo. Lì il terzo giorno resuscitò dai morti (Simbolo degli Apostoli). Si comprende perfettamente la devozione con cui i pellegrini entrano in questo piccolo spazio, dove è possibile celebrare la Santa Messa in alcune ore del giorno.

Fuori dalla Rotonda, nel complesso che i crociati costruirono sopra i resti del triportico e della basilica a cinque navate di Costantino, ci sono altre cappelle. Le più importanti sono quelle del Calvario, già descritte nell’articolo precedente; inoltre sono da segnalare: sul lato nord, proprietà della Custodia di Terra Santa, l’altare di Maria Maddalena e la cappella del Santissimo Sacramento, che è dedicata all’apparizione di Gesù resuscitato a sua Madre e conserva un frammento della colonna della Flagellazione; al centro della chiesa, al posto dell’antico coro dei canonici e aperto solo verso l’Anastasis, il così detto Katholikon, un ampio spazio che dipende dalla chiesa greco-ortodossa; dietro a questo, nel deambulatorio, le cappelle che ricordano gli improperi contro Gesù crocifisso, la divisione delle sue vesti e il colpo di lancia del soldato Longino; e, a un livello inferiore, la cappella di Sant’Elena, che appartiene alla chiesa armena, San Vartàn, pure dei cristiani armeni, dove c’è un graffito di un pellegrino del II secolo, e quella del ritrovamento della Santa Croce.

Ciascuno spazio conserva la sua memoria, ma sarebbe troppo lungo soffermarsi su tutti. Certamente la cripta merita una spiegazione, poiché la tradizione colloca lì un evento importante: il ritrovamento della Croce da parte di Sant’Elena, la madre di Costantino, che andò a Gerusalemme poco prima di morire, verso l’anno 327. Sant’Ambrogio lo riferisce con grande forza poetica: “Elena arrivò, cominciò a visitare i luoghi santi e lo Spirito le ispirò di cercare il legno della croce. Si diresse al Golgota e disse: ecco il luogo della contesa, dov’è la vittoria? Cerco lo stendardo della salvezza e non lo trovo. Io sto su un trono – disse – e la Croce del Signore nella polvere? Io in mezzo all’oro e il trionfo di Cristo in mezzo alle rovine? (…). Vedo quello che hai fatto, demonio, perché fosse sepolta la spada con cui sei stato annientato. Ma Isacco liberò i pozzi che erano stati ostruiti dagli stranieri e non permise che l’acqua rimanesse nascosta. Si sgombrino dunque le macerie, perché appaia la vita; sia sguainata la spada con cui è stata tagliata la testa del vero Golia (…). Cosa hai ottenuto diavolo, nascondendo il legno, se non di essere vinto un’altra volta? Ti vinse Maria, che generò il trionfatore, che diede alla luce, senza danno per la sua verginità chi, crocifisso, ti avrebbe vinto, e, morto, sottomesso. Anche oggi sarai vinto, in modo che una donna metta allo scoperto le tue insidie. Lei, come santa, portò nel suo seno il Signore; io cercherò la sua croce. Lei mostrò che era nato; io che è resuscitato” (Sant’Ambrogio, De obitu Theodosii, 43-44).

La narrazione continua con il ritrovamento di tre croci nascoste nel fondo di un’antica cisterna, che corrisponde all’attuale cappella dell’Invenzione. La Croce di Cristo poté essere riconosciuta grazie ai resti del titolo, l’iscrizione ordinata da Pilato, che fu pure trovato; un frammento di questa iscrizione è conservato nella basilica di Santa Croce in Gerusalemme a Roma. Furono trovati anche alcuni chiodi: uno servì per forgiare la Corona ferrea degli imperatori, che è custodita a Monza, un altro è venerato nel Duomo di Milano, e un terzo nell’Urbe.

Cristo vive
In Terra Santa ci sono molti luoghi che conservano le tracce del passaggio del Signore, e sono state giustamente venerate lungo i secoli. Di certo nessuno è comparabile al Santo Sepolcro, il luogo stesso dove si verificò l’evento centrale della nostra fede: Ma se Cristo non è risuscitato – avvertiva già san Paolo i fedeli di Corinto -, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede (1 Cor 15, 14).

Cristo vive. Questa è la grande verità che riempie di contenuto la nostra fede. Gesù, che morì sulla Croce, è risorto, ha trionfato sulla morte, sul potere delle tenebre, sul dolore, sull'angoscia (…). Cristo non è un uomo del passato, che visse un tempo e poi se ne andò lasciandoci un ricordo e un esempio meravigliosi. No: Cristo vive. Gesù è l'Emmanuele, Dio con noi. La sua Risurrezione ci rivela che Dio non abbandona mai i suoi (È Gesù che passa, 102).

Benedetto XVI ha ripetuto in numerose occasioni e in modi diversi che all’origine della fede non c’è una decisione etica o una grande idea, e che nemmeno sono solo conoscenze quelle che noi fedeli dobbiamo trasmettere: “La fede cristiana come sappiamo nasce non dall'accoglienza di una dottrina, ma dall'incontro con una Persona, con Cristo morto e risuscitato. Nella nostra esistenza quotidiana, cari amici, tante sono le occasioni per comunicare agli altri questa nostra fede in modo semplice e convinto, così che dal nostro incontro può nascere la loro fede. Ed è quanto mai urgente che gli uomini e le donne della nostra epoca conoscano e incontrino Gesù e, grazie anche al nostro esempio, si lascino conquistare da Lui” (Benedetto XVI, Regina Coeli, Lunedì di Pasqua, 9 aprile 2007).

Cristo, mediante la sua Incarnazione, la sua vita di lavoro a Nazaret, la sua predicazione e i suoi miracoli nelle contrade della Giudea e della Galilea, la sua morte in Croce, la sua Risurrezione, è il centro della creazione, è il Primogenito e il Signore di ogni creatura.

La nostra missione di cristiani è di proclamare la regalità di Cristo, annunciandola con le nostre parole e le nostre opere. Il Signore vuole che i suoi fedeli raggiungano ogni angolo della terra. Ne chiama alcuni nel deserto, lontano dalle preoccupazioni della società umana, per ricordare agli altri, con la loro testimonianza, che Dio esiste. Ad altri affida il ministero sacerdotale. Ma i più li vuole in mezzo al mondo, nelle occupazioni terrene. Pertanto, questi cristiani devono portare Cristo in tutti gli ambienti in cui gli uomini agiscono: nelle fabbriche, nei laboratori, nei campi, nelle botteghe degli artigiani, nelle strade delle grandi città e nei sentieri di montagna (…). Ogni cristiano deve rendere presente Cristo fra gli uomini; deve agire in modo tale che quelli che lo avvicinano riconoscano il bonus odor Christi, il profumo di Cristo; deve comportarsi in modo che nelle azioni del discepolo si scorga il volto del maestro (È Gesù che passa, 105).

Pochi giorni dopo l’inizio del suo pontificato, durante la Pasqua, Papa Francesco si riferì a questa missione che spetta a ogni battezzato: “Cristo ha vinto il male in modo pieno e definitivo, ma spetta a noi, agli uomini di ogni tempo, accogliere questa vittoria nella nostra vita e nelle realtà concrete della storia e della società. Per questo mi sembra importante sottolineare quello che oggi domandiamo a Dio nella liturgia: «O Padre, che fai crescere la tua Chiesa donandole sempre nuovi figli, concedi ai tuoi fedeli di esprimere nella vita il sacramento che hanno ricevuto nella fede» (Oraz. Colletta del Lunedì dell’Ottava di Pasqua).

E’ vero, il Battesimo che ci fa figli di Dio, l’Eucaristia che ci unisce a Cristo, devono diventare vita, tradursi cioè in atteggiamenti, comportamenti, gesti, scelte. La grazia contenuta nei Sacramenti pasquali è un potenziale di rinnovamento enorme per l’esistenza personale, per la vita delle famiglie, per le relazioni sociali. Ma tutto passa attraverso il cuore umano: se io mi lascio raggiungere dalla grazia di Cristo risorto, se le permetto di cambiarmi in quel mio aspetto che non è buono, che può far male a me e agli altri, io permetto alla vittoria di Cristo di affermarsi nella mia vita, di allargare la sua azione benefica. Questo è il potere della grazia! Senza la grazia non possiamo nulla. Senza la grazia non possiamo nulla! E con la grazia del Battesimo e della Comunione eucaristica posso diventare strumento della misericordia di Dio, di quella bella misericordia di Dio” (Francesco, Regina Coeli, Lunedì di Pasqua, 1 aprile 2013).


Link di interesse

Pagina della Custodia di Terra Santa sul Santo Sepolcro
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<![CDATA[Getsemani: preghiera e agonia di Gesù]]> Tracce della nostra Fede

Quando giunge l'ora segnata da Dio per salvare l'umanità dalla schiavitù del peccato, vediamo Gesù nel Getsemani soffrire fino al sudore di sangue [Cfr Lc 22, 44] e accettare spontaneamente e senza resistenza il sacrificio che il Padre esige (Amici di Dio, 25).

I racconti evangelici ci hanno riferito la posizione del podere in cui Gesù si ritirò una volta terminata l'Ultima Cena: uscì e andò, come al solito, al Monte degli Ulivi (Lc 22, 39), al di là del torrente Cedron (Gv 18,1), e arrivò con gli Apostoli a un luogo chiamato Getsemani (Mt 26, 36; Mc 14, 32). Secondo queste indicazioni, si trattava di un giardino dove c'era un frantoio per estrarre l'olio – questo è il significato del nome –, che si trovava fuori dalle mura di Gerusalemme, a est della città, sulla strada per Betania.

Oltre al fatto che quel luogo doveva essere molto conosciuto, perché Gesù spesso si era trovato là con i suoi discepoli (Gv 18,2), non stupisce che i primi cristiani conservassero la memoria di un luogo dove avvennero fatti importanti della storia della salvezza. Nell'Orto degli Ulivi, davanti all'imminenza della Passione, che si scatenerà col tradimento di Giuda, il Signore avverte la necessità di pregare: disse ai suoi discepoli: "Sedetevi qui, mentre io prego". Prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e cominciò a sentire paura e angoscia. Disse loro:
– La mia anima è triste fino alla morte. Restate qui e vegliate.
Poi, andato un po' innanzi, cadde a terra e pregava che, se fosse possibile, passasse via da lui quell'ora. E diceva:
– Abbà! Padre! Tutto è possibile a te: allontana da me questo calice! Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu (Mc 14, 32-36).

L'angoscia era tale, che gli apparve un angelo dal cielo per confortarlo. Entrato nella lotta, pregava più intensamente, e il suo sudore diventò come gocce di sangue che cadono a terra (Lc 22, 43-44). La preghiera di Cristo contrasta con il comportamento degli Apostoli: rialzatosi dalla preghiera, andò dai discepoli e li trovò che dormivano per la tristezza. E disse loro:
– Perché dormite? Alzatevi e pregate, per non entrare in tentazione (Lc 22, 45-46).

Tre volte Gesù tornò vicino a quelli che lo accompagnavano, e tutte e tre le volte li trovò addormentati, finché fu ormai troppo tardi: – Dormite pure e riposatevi! Basta! È venuta l'ora: ecco, il Figlio dell'uomo viene consegnato nelle mani dei peccatori. Alzatevi, andiamo! Ecco, colui che mi tradisce è vicino.

E subito, mentre ancora egli parlava, arrivò Giuda, uno dei Dodici, e con lui una folla con spade e bastoni (Mc 14, 41-43). Con un bacio tradì il Signore, che fu arrestato mentre i discepoli lo abbandonavano e fuggivano.

Grazie alla pellegrina Egeria sappiamo che, nella seconda metà del IV secolo, il Giovedì Santo si celebrava una liturgia «nel luogo dove il Signore pregò», e che lì c'era «una chiesa elegante» (Itinerarium Egeriae, XXXVI, 1 [CCL 175, 79]). I fedeli entravano nel tempio, pregavano, cantavano inni e ascoltavano i racconti evangelici sull'agonia di Gesù nell'orto; poi, in processione, si dirigevano in un altro luogo del Getsemani dove si ricordava la cattura (Cfr. Ibid., 2-3 [CCL 175, 79-80]).

Seguendo questa e altre tradizioni ugualmente antiche, attualmente si venerano tre luoghi collegati agli avvenimenti di quella notte: la roccia su cui il Signore pregò, un giardino che custodisce otto ulivi millenari con alcuni dei loro virgulti, e la grotta dove sarebbe avvenuta la cattura. Questi luoghi sono separati da poche decine di metri, nella zona più bassa del Monte degli Ulivi, quasi sul fondo del Cedron, in mezzo a un paesaggio molto suggestivo: questo torrente, come la maggior parte dei wadi palestinesi, è un letto secco e riceve acqua solo con le piogge invernali; le pendici del monte, diversamente dalla cima, sono poco abitate, perché grandi estensioni del terreno sono state destinate ai cimiteri; abbondano gli oliveti, disposti in terrazze, e anche i cipressi ai bordi delle strade.

La Basilica dell'Agonia
La roccia sulla quale, secondo la tradizione, il Signore pregò si trova all'interno della Basilica dell'Agonia o di Tutte le Nazioni. Questo nome deriva dal fatto che 16 paesi hanno collaborato alla sua costruzione, portata a termine tra il 1922 e il 1924. Segue la pianta della chiesa bizantina, della quale sono arrivate fino a noi poco più che le fondamenta, perché un incendio la distrusse forse prima del VII secolo. Misura 25 metri per 16, aveva tre navate e tre absidi, e pavimenti adornati di mosaici; alcuni frammenti di questi sono conservati, protetti da vetri, vicino a quelli attuali. Quando fu edificato il santuario moderno, furono trovate tracce anche di un altro edificio di epoca medievale. Fu eretto dai crociati nello stesso luogo della basilica primitiva, ma di dimensioni maggiori e con un orientamento diverso, verso sud-est, il che fa pensare che essi non si accorsero dei resti precedenti. Restò abbandonato dopo la presa di Gerusalemme da parte di Saladino.

Dal Cedron spicca l'ampio atrio della basilica, con tre archi sostenuti da pilastri e colonne. La facciata è rifinita con un frontone. Nel timpano, decorato con un mosaico, è rappresentato Cristo mediatore tra Dio e l'umanità. Nei giorni di sole, la luce all'esterno contrasta con la penombra dell'interno: le finestre filtrano la luce con toni azzurri, lilla e violetti, che ricordano le ore dell'agonia di Gesù e predispongono il pellegrino al silenzio, al raccoglimento e alla contemplazione. Le 12 cupole, sostenute al centro della Chiesa da sei colonne slanciate, rafforzano questa sensazione per mezzo di alcuni mosaici che suggeriscono il cielo stellato.

Nel presbiterio, davanti all'altare, sporge dal pavimento la roccia venerata. È circondata da un'artistica corona di spine. Dietro, nell'abside centrale, è rappresentata l'agonia di Gesù nell'orto; nelle absidi laterali, pure in mosaico, sono raffigurati il tradimento di Giuda e la cattura.

L'Orto degli Ulivi
Il terreno su cui si leva la Basilica è proprietà della Custodia di Terra Santa dalla seconda metà del XVII secolo. Quando fu acquisito, la cosa più notevole che si conservava, oltre alle rovine medievali e bizantine, era il cosiddetto giardino dei fiori: un'area non coltivata, circondata da un muro, dove crescevano otto ulivi, che le tradizioni locali facevano risalire all'epoca di Cristo. I francescani, in attesa del momento opportuno per ricostruire la chiesa, protessero quegli ulivi millenari, legati senza dubbio alla tradizione cristiana del luogo, in modo che sono arrivati vivi fino a noi.

Impressiona il loro aspetto antichissimo. I botanici che li hanno studiati non sono arrivati ad un accordo sulla loro età: alcuni sostengono che furono piantati nell'XI secolo e che provengono da uno stesso ramo, e altri che la loro enorme dimensione permette di azzardare che siano del primo millennio. Che siano più o meno antichi, questo non toglie interesse a preservarli come testimoni silenziosi che perpetuano il ricordo di Gesù e dell'ultima notte del suo passaggio sulla terra.

La grotta della cattura
Il recinto della Basilica dell'Agonia e dell'Orto del Getsemani include anche un convento francescano. Fuori della proprietà, alcune decine di metri verso nord, c'è la Grotta della cattura, che pure appartiene alla Custodia di Terra Santa. Vi si accede attraverso uno stretto corridoio, che parte dall'atrio di entrata alla Tomba della Madonna. Questo santuario mariano meriterà un articolo a parte, insieme alla Basilica della Dormizione del Monte Sion: per ora basti dire che, secondo alcune tradizioni, lì sarebbe stato trasportato il corpo di Nostra Signora dal quartiere del Cenacolo, prima dell'Assunzione; la chiesa è condivisa dalle comunità greca, armena, siriaca e copta.

La grotta misura circa 19 metri di lunghezza e 10 di larghezza. Alcuni reperti archeologici permettono di pensare che fosse utilizzata come abitazione temporanea o come ripostiglio per il padrone dell'orto. Qui si crede che gli otto Apostoli riposassero la notte della cattura di Gesù. Dopo le ore di agonia e preghiera, quando il Signore notò l'arrivo di Giuda, sarebbe andato lì con gli altri tre Apostoli per avvertirli di quello che stava per succedere. Pertanto, fu da questa parte del Getsemani che andò incontro al drappello di guardie.

Numerosi graffiti, incisi dai pellegrini in diverse lingue ed epoche sull'intonaco delle pareti e sul tetto, testimoniano una venerazione quasi ininterrotta: nel IV secolo la grotta era utilizzata già come cappella e il suo pavimento era stato adornato di mosaici; dal V all'VII secolo accolse le sepolture cristiane; all'epoca dei crociati fu decorata con affreschi; dal XIV secolo i francescani ottennero alcuni diritti di culto sul luogo, fino a che finalmente poterono acquisirlo. Un restauro realizzato nel 1956 portò alla luce la struttura primitiva, con una macina e una cisterna; sopra la grotta, nella stessa proprietà, furono scoperti i resti di un antico frantoio.

Non si faccia la mia volontà…
Sono tante le scene in cui Gesù parla con il Padre, che adesso è impossibile ricordarle tutte. Penso però che non possiamo tralasciare di considerare i momenti, così intensi, che precedono la sua Passione e la sua Morte, quando il Signore si prepara a consumare il Sacrificio che ci restituirà l'Amore divino. Nell'intimità del Cenacolo, il suo Cuore trabocca: rivolge al Padre la sua supplica, annuncia la discesa dello Spirito Santo, incoraggia i suoi ad un continuo fervore di carità e di fede.

Questo ardente raccoglimento del Redentore continua poi nel Getsemani, quando avverte ormai imminente la sua Passione, quando sente che le umiliazioni e le sofferenze si avvicinano, che è l'ora della Croce, il duro patibolo dei malfattori, che Egli ha desiderato ardentemente. Padre, se vuoi, allontana da me questo calice [Lc 22, 42]. E subito: Però non sia fatta la mia volontà, ma la tua [Lc 22, 42]. (Amici di Dio, 240).

Se siamo coscienti che siamo figli di Dio, che la nostra vocazione cristiana esige di seguire i passi del Maestro, la contemplazione della sua preghiera e agonia nell'Orto degli Ulivi deve portarci al dialogo con Dio Padre. «Quando Gesù prega, già ci insegna a pregare» (Catechismo della Chiesa Cattolica, 2607); ed oltre ad essere nostro modello, egli ci invita alla preghiera, come a Pietro, Giacomo e Giovanni, quando li prese con sé e chiese loro di vegliare con lui: Pregate per non cadere in tentazione. — Pietro, invece, si addormenta. E anche gli altri Apostoli. — E ti sei addormentato anche tu, bambino amico…, e io pure sono stato dormiglione come Pietro (Santo Rosario, I mistero doloroso).

Non ci sono scuse per abbandonarsi al sonno: tutti possiamo pregare; più propriamente, tutti dobbiamo pregare, perché siamo venuti al mondo per amare Dio, lodarlo, servirlo e poi, nell'altra vita – qui siamo di passaggio – goderlo eternamente. E in che cosa consiste pregare? Semplicemente, parlare con Dio per mezzo di orazioni vocali o nella meditazione. Non vale la scusa che non sappiamo farlo o che ci stanchiamo. Parlare con Dio per imparare da Lui consiste nel guardarlo, nel raccontargli la nostra vita – lavoro, gioie, pene, stanchezze, reazioni, tentazioni–; se lo ascoltiamo, udremo quello che ci suggerisce: abbandona quello, sii più cordiale, lavora meglio, servi gli altri, non pensare male di nessuno, parla con sincerità e con educazione… (Javier Echevarría, Getsemani. In orazione con Gesù).

Benedetto XVI, in un'udienza dedicata alla preghiera di Gesù nel Getsemani, si riferiva al fatto che noi cristiani, se cerchiamo un'intimità sempre maggiore con Dio, possiamo portare su questa terra un anticipo del cielo: «Ogni giorno nella preghiera del Padre nostro noi chiediamo al Signore: "sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra" (Mt 6,10). Riconosciamo, cioè, che c'è una volontà di Dio con noi e per noi, una volontà di Dio sulla nostra vita, che deve diventare ogni giorno di più il riferimento del nostro volere e del nostro essere; riconosciamo poi che è nel “cielo” dove si fa la volontà di Dio e che la “terra” diventa “cielo”, luogo della presenza dell’amore, della bontà, della verità, della bellezza divina, solo se in essa viene fatta la volontà di Dio. Nella preghiera di Gesù al Padre, in quella notte terribile e stupenda del Getsemani, la “terra” è diventata “cielo”; la “terra” della sua volontà umana, scossa dalla paura e dall’angoscia, è stata assunta dalla sua volontà divina, così che la volontà di Dio si è compiuta sulla terra. E questo è importante anche nella nostra preghiera: dobbiamo imparare ad affidarci di più alla Provvidenza divina, chiedere a Dio la forza di uscire da noi stessi per rinnovargli il nostro “sì”, per ripetergli «sia fatta la tua volontà», per conformare la nostra volontà alla sua» (Benedetto XVI, Udienza, 1-II-2012).

Gesù, solo e triste, soffre e gocce del suo sangue bagnano la terra. In ginocchio sul duro suolo, egli persevera in preghiera… Piange per te… e per me: il peso dei peccati degli uomini lo schiaccia. (Santo Rosario, I mistero doloroso).

Rivolgiti alla Vergine, e chiedile di farti il regalo — prova del suo affetto per te — della contrizione, della compunzione per i tuoi peccati, e per i peccati di tutti gli uomini e di tutte le donne di ogni tempo, con dolore d'Amore. E, con questa disposizione, azzàrdati ad aggiungere: Madre, Vita, Speranza mia, conducimi per mano..., e se in me ora c'è qualcosa che dispiace a mio Padre-Dio, concedimi di vederlo e, insieme a te, di strapparlo. Continua senza paura: O clemente, o pia, o dolce Vergine Maria!, prega per me, perché, compiendo l'amabilissima Volontà del tuo Figlio, io sia degno di ottenere e di godere le promesse del nostro Signore Gesù (Forgia, 161).]]>
<![CDATA[San Pietro in Gallicantu]]> Tracce della nostra fede
Allora i soldati, con il comandante e le guardie dei Giudei, catturarono Gesù, lo legarono e lo condussero prima da Anna: egli infatti era suocero di Caifa, che era sommo sacerdote quell'anno. Caifa era quello che aveva consigliato ai Giudei: "È conveniente che un solo uomo muoia per il popolo". (Gv 18, 12-14)

I quattro evangelisti riferiscono l’interrogatorio al quale i principi dei sacerdoti e il sinedrio sottoposero Gesù, che si svolse in casa di Caifa (cfr. Mt 26, 57). Fino a lì riuscirono ad arrivare due testimoni d’eccezione: Simon Pietro e un altro discepolo, che avevano seguito Gesù. Quest’altro discepolo era conosciuto dal sommo sacerdote ed entrò con Gesù nell’atrio del sommo sacerdote. Pietro, senza dubbio, stava fuori, sulla porta. Allora l’altro discepolo, che era conosciuto dal sommo sacerdote, uscì, parlò con la portinaia e fece entrare Pietro (cfr. Gv 18, 16).

Durante il processo l’atteggiamento del Maestro e quello di san Pietro sono in contrasto. Davanti alle accuse ingiuste, le imputazioni infondate, i testimoni falsi, gli affronti … Gesù taceva. Dopo, quando si trattò di proclamare la verità, l’affermò con serenità. Pietro, intimorito dai servi, negò di avere qualcosa a che fare con il Maestro: non lo conosco (Lc 22, 58), non so di che cosa parli (Mt 26, 70), non conosco quest’uomo (Mc 14, 71).

E in quell'istante, mentre ancora parlava, un gallo cantò. Allora il Signore si voltò e fissò lo sguardo su Pietro, e Pietro si ricordò della parola che il Signore gli aveva detto: "Prima che il gallo canti, oggi mi rinnegherai tre volte". E, uscito fuori, pianse amaramente (Lc 22, 60-62).

La casa di Caifa
A Gerusalemme, questo episodio viene collocato sul lato orientale del monte Sion, non molto distante dal Cenacolo, cioè in un quartiere residenziale della città ai tempi di Gesù Cristo, che si affacciava sui torrenti Cedron e Ghihon. Gli studiosi propongono almeno due posizioni diverse per la casa di Caifa in questa zona, ma i risultati archeologici propendono per san Pietro in Gallicantu. Questo santuario è costruito su una proprietà che appartiene ai padri Agostiniani Assunzionisti dalla fine del secolo XIX. Gli scavi realizzati tra il 1888 e il 1909 e tra il 1992 e il 2002 portarono alla luce i resti di una dimora d’epoca erodiana, con mulino, cisterne e dépandances rupestri. Inoltre, si trovò la soglia di una porta in pietra ben lavorata, con un’iscrizione che indica il luogo in cui si depositavano le offerte per il perdono dei peccati, e due raccolte di pesi che si utilizzavano nel tempio. Questa casa sarebbe stata più tardi venerata dai cristiani, che nel secolo V vi costruirono sopra una chiesa, della quale si conservano alcuni pavimenti a mosaico. Il centro della basilica era costituito da una cisterna profonda, che in origine doveva essere una vasca rituale giudea.

È probabile che un antico testimone del VI secolo si riferisse a quel santuario: «dal Golgota a Santa Sion ci sono duecento passi. Questa è la madre di tutte le chiese, poiché è stata fondata dal nostro Signore Cristo e dagli apostoli. Fu la casa dell’evangelista san Marco. Da Santa Sion alla casa di Caifa, che ora è la chiesa di san Pietro, ci sono più o meno cinquanta passi» Teodosio, De situ Terræ Sanctæ, 7 (CCL 175, 118).
L’edificio bizantino subì la sorte di molti templi della Terra Santa: distrutto nel VII secolo dai persiani, fu restaurato; dopo che questo secondo edificio fu distrutto nell’XI secolo, i crociati costruirono una terza basilica nel XII secolo; anche questa venne rasa al suolo e più tardi sostituita da un piccolo oratorio, che infine sparì nel XIV secolo. I resti di ogni tappa rimasero sepolti fino al 1887, quando i padri assunzionisti divennero proprietari del terreno.

La chiesa
La chiesa attuale fu consacrata nel 1931 e restaurata completamente nel 1997. È su due livelli e ha una cripta: nella cappella superiore, coperta da una cupola decorata con mosaici e vetrate, si ricorda il processo di Gesù davanti al Sinedrio; nell’oratorio intermedio, dove il fondo roccioso comincia ad affiorare sul pavimento, vengono ricordate le negazioni di Pietro, il suo pianto e l’incontro con il Signore risorto sulle sponde del mare di Galilea, quando lo confermò nella sua missione; più in basso, nella cripta, ci sono varie grotte il cui utilizzo attraverso i secoli è difficile da precisare, e la cisterna venerata dall’epoca bizantina, conosciuta come la fossa profonda.

Quest’ultima, essendo una parte della casa originale, che attirò l’attenzione dei cristiani fin dai tempi più antichi, è di grande interesse: il primo accesso alla cavità, attraverso una scala e una porta doppia, dimostra che servì per i bagni di purificazione dei giudei; a un certo punto si scavò ulteriormente per aumentare la profondità e trasformarla in cisterna, e si fece un’apertura circolare nella volta. I segni aggiunti dai fedeli – tre croci scolpite nella fascia interna del foro, oltre alla sagoma di un orante e altre sette croci dipinte sulle pareti della fossa – manifestano che nel V secolo il luogo era considerato il presidio dove Gesù vide l’aurora del Venerdì Santo. Cercando una continuità con questa tradizione, i pellegrini attuali in quel luogo meditano sulle sofferenze di Cristo, seguendo le parole del salmista:
Mi hai gettato nella fossa più profonda,
negli abissi tenebrosi.
Pesa su di me il tuo furore
e mi opprimi con tutti i tuoi flutti.
Hai allontanato da me i miei compagni,
mi hai reso per loro un orrore.
Sono prigioniero senza scampo,
si consumano i miei occhi nel patire.
Tutto il giorno ti chiamo, Signore,
verso di Te protendo le mie mani (Sal 88, 7-10.)

All’esterno della chiesa si ammirano altri resti archeologici, tra i quali risalta una strada a gradini perpendicolare al lato. Collegava i quartieri nobili, nella zona alta, con quelli popolari, situati lungo il torrente Cedron, vicino ai punti di approvvigionamento di acqua: la fonte del Ghihon e la piscina di Siloe. Senza dubbio, la via esisteva ai tempi del Signore – benché forse non fosse lastricata – ed è molto probabile che Egli l'avesse percorsa in numerose occasioni: in particolare la notte del Giovedì Santo, prima accompagnato dagli Apostoli, per andare dal Cenacolo al Getsemani; poi condotto a forza dal drappello di persone che lo aveva catturato nell’orto degli Ulivi e che lo portò a casa del sommo sacerdote.

Nel recinto del santuario i pellegrini possono contemplare inoltre un plastico in grande scala che riproduce Gerusalemme in epoca bizantina. Sono riprodotte dettagliatamente le sette chiese che furono costruite tra i secoli IV e VI: il Santo Sepolcro, Santa Sion – che raggruppava il luogo della Dormizione e il Cenacolo –, Santa Maria della Probatica – che oggi coincide grosso modo con Sant’Anna –, San Giovanni Battista – dove si trovava il palazzo di Erode e attualmente si innalza la Cittadella –, Siloe – sopra la piscina –, Santa Maria – conosciuta come la Nuova, sul cardo massimo, anch’essa sparita – e San Pietro.
Durante la sua permanenza in Terra Santa nel 1994, don Álvaro del Portillo pregò a San Pietro in Gallicantu la sera del 21 marzo, il giorno prima di ritornare a Roma.

La misericordia del Signore non ci abbandona
Quando il gallo cantò, il Signore si voltò e fissò lo sguardo su Pietro, e Pietro si ricordò della parola che il Signore gli aveva detto: «Prima che il gallo canti, oggi mi rinnegherai tre volte». E, uscito fuori, pianse amaramente (Lc 22, 61-62). Solo san Luca annota quel gesto misericordioso di Gesù: il Signore convertì Pietro – che lo aveva rinnegato tre volte – senza nemmeno rivolgergli un rimprovero: con uno sguardo d’Amore. – Con quegli stessi occhi ci guarda Gesù, dopo le nostre cadute. Sapessimo noi dirgli, come Pietro: «Signore, Tu sai tutto: Tu sai che io ti amo», e cambiare vita (Solco, n. 964).

Commentando questo passaggio, sant’Ambrogio spiega: «tutti coloro che Gesù guarda, piangono. La prima volta Pietro rinnegò e non pianse: perché il Signore non lo aveva guardato. Lo rinnegò una seconda volta e neppure questa volta pianse, poiché non lo aveva guardato il Signore. Quando lo rinnegò per la terza volta, però, Gesù fissò su di lui il suo sguardo e cominciò a piangere con amarezza incontenibile (…). Pietro pianse, e con amarezza profonda; pianse affinché le sue lacrime potessero lavare il suo peccato. Anche tu devi piangere la tua colpa con lacrime se vuoi ottenere il perdono nello stesso momento ed istante in cui Cristo ti guarda. Se ti capita di cadere in qualche peccato, colui che ti è testimone nel più intimo del tuo essere, ti guarda per farti ricordare e confessare il tuo errore» (Sant’Ambrogio, Expositio Evangelii secundum Lucam, X, 89-90).

Benché il peccato mortale distrugga l’amore nel cuore dell’uomo e lo allontani da Dio (cfr. Catechismo della Chiesa cattolica, n. 1855), la misericordia del Signore non ci abbandona, la conversione è sempre possibile: «Invito ogni cristiano – dice il Santo Padre –, in qualsiasi luogo e si¬tuazione si trovi, a rinnovare oggi stesso il suo incontro personale con Gesù Cristo o, almeno, a prendere la decisione di lasciarsi incontrare da Lui (…). Quando qualcuno fa un piccolo passo verso Gesù, scopre che Lui già aspettava il suo arrivo a braccia aperte. Questo è il momento per dire a Gesù Cristo: "Signore, mi sono lasciato ingannare, in mille maniere sono fuggito dal tuo amore, però sono qui un’altra vol¬ta per rinnovare la mia alleanza con te. Ho bisogno di te. Riscattami di nuovo Signore, accettami ancora una volta fra le tue braccia redentrici". Ci fa tanto bene tornare a Lui quando ci siamo per¬duti! Insisto ancora una volta: Dio non si stanca mai di perdonare, siamo noi che ci stanchiamo di chiedere la sua misericordia.» (Francesco, Esort. apost. Evangelii gaudium, 24-XI-2013, n. 3).

Mentre lotti – una lotta che durerà fino alla morte –, non escludere la possibilità che insorgano, violenti, i nemici di dentro e di fuori. E, come se questo peso non bastasse, a volte faranno ressa nella tua mente gli errori commessi, forse abbondanti. Te lo dico in nome di Dio: non disperare. Se ciò avviene – non deve succedere necessariamente, né sarà cosa abituale –, trasforma la prova in un’occasione per unirti maggiormente al Signore, perché Lui, che ti ha scelto come figlio, non ti abbandonerà. Permette la prova, per spingerti ad amare di più e farti scoprire con maggiore chiarezza la sua continua protezione, il suo Amore (…).
Avanti, qualunque cosa succeda! Ben protetto dal braccio del Signore, considera che Dio non perde battaglie. Se ti allontani da Lui, quale ne sia il motivo, reagisci con l’umiltà di chi vuole cominciare e ricominciare; di chi vuol fare da figlio prodigo tutti i giorni e anche molte volte nel corso delle ventiquattro ore; di chi vuole risanare il suo cuore contrito nella Confessione, vero miracolo dell’Amor di Dio. In questo Sacramento meraviglioso, il Signore pulisce la tua anima e ti inonda di gioia e di forza per non venir meno nella lotta, e per ritornare instancabilmente a Dio anche quando tutto ti sembra oscuro. Inoltre, la Madre di Dio, che è anche Madre nostra, ti protegge con la sua materna sollecitudine e ti guida nel tuo avanzare (Amici di Dio, n. 214).

Gli evangelisti non raccontano se san Giovanni rimase nella casa di Caifa o uscì dietro a san Pietro, e neppure sappiamo dove si diresse dopo ciascuno di loro. Più tardi, però, troviamo san Giovanni ai piedi della Croce, vicino a Santa Maria: prima, da solo, non riuscivi … – Adesso ti sei rivolto alla Madonna e con Lei com’è facile! (Cammino, n. 513).
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<![CDATA[ L'Eucaristia, mistero di fede e d'amore]]> <![CDATA[Che cos'è l'Eucaristia?]]> <![CDATA[Gerusalemme: nell'intimità del Cenacolo]]> <![CDATA[Che cos'è la Settimana Santa?]]> Che cos'è la Settimana Santa?
La Settimana Santa è la settimana nella quale i Cristiani celebrano gli eventi di fede correlati agli ultimi giorni di Gesù, comprendenti in particolare la sua passione, morte e resurrezione.
Comprende il periodo, da Domenica delle Palme al Sabato Santo, che precede la Pasqua, cioè la domenica in cui si ricorda la Resurrezione dai morti di Gesù Cristo. La Pasqua è la massima solennità della fede cristiana e ogni anno si celebra la prima domenica di luna nuova di Primavera (tra fine Marzo e Aprile). I riti religiosi della settimana santa, sono celebrati con solennità in tutte le chiese del mondo cristiano.

Culmine della nostra vita e di tutta la storia umana

Nella tragedia della Passione culminano la nostra vita e tutta la storia umana. La Settimana Santa non può ridursi a una mera commemorazione: è la meditazione del mistero di Gesù Cristo che continua nelle nostre anime.

Il cristiano è chiamato ad essere alter Christus, ipse Christus. Noi tutti, con il Battesimo, siamo stati costituiti sacerdoti della nostra stessa esistenza per offrire vittime spirituali, ben accette a Dio per mezzo di Gesù Cristo per compiere ciascuna delle nostre azioni in spirito di obbedienza alla volontà di Dio, perpetuando così la Missione dell'Uomo-Dio.

Questa realtà, per contrasto, ci fa pensare alle nostre miserie, ai nostri errori personali. Ma questa considerazione non ci deve scoraggiare, né indurre all'atteggiamento scettico di chi ha rinunciato ai grandi ideali. Il Signore ci vuole per se e, così come siamo, vuole renderci partecipi della sua vita, e ci chiede di lottare per essere santi. La santità: quante volte pronunciamo questa parola come se fosse priva di senso! Molti la considerano addirittura come un traguardo irraggiungibile, un luogo comune della letteratura ascetica, non un fine concreto, una realtà viva. Non la pensavano così i primi cristiani, che usavano il nome di "santo" per chiamarsi fra loro, molto spesso e con la massima naturalezza: Vi salutano tutti i santi; salutate tutti i santi in Cristo Gesù (Fil, 4, 21).

Di fronte al Calvario
Ora, di fronte al Calvario, quando Gesù è morto e non si è ancora manifestata la gloria del suo trionfo, è il momento di esaminare i nostri desideri di vita cristiana, di santità; è il momento buono per riconoscere le nostre debolezze, e reagire con un atto di fede, confidando nel potere di Dio e facendo il proposito di vivificare con l'amore le cose della nostra giornata. L'esperienza del peccato ci deve condurre al dolore, a una decisione più matura, più profonda, di fedeltà, di vera identificazione con Cristo, di perseveranza ad ogni costo nella missione sacerdotale che Egli ha affidato a tutti i suoi discepoli senza eccezione, e che ci stimola a essere sale e luce del mondo.
E’ Gesù che passa, 96

Simbolo della Redenzione, simbolo della pace
Non dobbiamo dimenticarlo: in tutte le attività umane, ci devono essere uomini e donne con la Croce di Cristo nelle loro vite e nelle loro opere, innalzata, visibile, riparatrice; simbolo della pace, della gioia; simbolo della Redenzione, dell'unità del genere umano, dell'amore che Dio Padre, Dio Figlio e Dio Spirito Santo, la Trinità Beatissima, ha avuto e continua ad avere per l'umanità.
Solco, 985

Meditare sulla morte di Cristo
Il meditare sulla morte di Cristo diventa allora un invito ad affrontare con assoluta sincerità i nostri impegni quotidiani, un invito a prendere sul serio la fede che professiamo. Per cui la Settimana Santa non può essere soltanto una parentesi sacra nel contesto di una vita guidata da interessi umani: è invece un'occasione per introdurci con maggiore profondità nel mistero dell'Amore di Dio e poterlo poi mostrare agli uomini con la parola e con l'esempio. (…)
La vita, l'anima stessa, ecco ciò che ci chiede il Signore. Se siamo fatui, se ci preoccupiamo solamente della nostra personale comodità, se facciamo di noi stessi il centro dell'esistenza degli altri e del mondo, non abbiamo il diritto di chiamarci cristiani, discepoli di Cristo. Ci vuole una donazione che si dimostri con la verità dei fatti, non soltanto a parole. L'amore di Dio ci invita a prendere con decisione la croce, sentendo anche su di noi il peso dell'umanità tutta e realizzando, nelle circostanze proprie della condizione e del lavoro di ciascuno, i propositi chiari e amorosi della volontà del Padre. Infatti, nel passo che stiamo commentando, Gesù dice ancora: Chi non porta la propria croce e non viene dietro di me, non può essere mio discepolo (Lc, 14, 27)
Accettiamo senza timore la volontà di Dio, decidiamoci senza esitazione a edificare la nostra vita secondo gli insegnamenti e le esigenze della fede. Andremo sicuramente incontro a difficoltà, sofferenze, dolori; ma se veramente possediamo la fede non ci considereremo mai degli infelici: anche tra le pene e le calunnie saremo felici, di una felicità che ci spingerà ad amare gli altri per renderli partecipi della nostra gioia soprannaturale.
E’ Gesù che passa, 97 ]]>
<![CDATA[Le passò la tosse]]> <![CDATA[Il favore di un lavoro]]> <![CDATA[Un contratto]]> <![CDATA[Santa Maria della Pace, un luogo di preghiera]]> Le sacre spoglie di San Josemaría Escrivá riposano a Roma, nella Chiesa di Santa Maria della Pace, dove molte persone si recano per chiedere il suo aiuto o ringraziarlo per la sua intercessione.

Foglietto informativo con mappa, in formato pdf

Il corpo di san Josemaria riposa in un’urna collocata sotto l’altare della Chiesa di Santa Maria della Pace. Milioni di persone in tutto il mondo ricorrono a San Josemaria per chiedere a Dio Nostro Signore grazie di qualsiasi tipo. E sono molti coloro che visitano la Chiesa Prelatizia per pregare o per ringraziare per le grazie ricevute attraverso la sua intercessione.

Il 31 dicembre del 1959, San Josemaría celebrò la prima Messa in Santa Maria della Pace, che in seguito all’erezione dell’Opus Dei come Prelatura personale diventò la Chiesa Prelatizia. La devozione di Mons. Escrivá alla Madonna è il motivo del titolo della chiesa e dell’immagine che la presiede, opera di Manuel Caballero.

L'altare è situato sotto un piccolo baldacchino, secondo la consuetudine di molte chiese romane. Nel vestibolo di entrata si trova una statua della Madonna, Madre del Bell'Amore. Nell'atrio c'è il fonte battesimale in cui San Josemaría fu battezzato il 13 gennaio 1902, donato dal Vescovo e dal Capitolo della Cattedrale di Barbastro, città natale del santo.

Nella cripta sono sepolti i primi due Vescovi successori di San Josemaría alla guida dell’Opus Dei: il Beato Álvaro del Portillo (1914-1994), e Mons. Javier Echevarría (1932-2016).

Nella stessa cappella è stata recentemente sepolta la prima numeraria ausiliare dell'Opus Dei, Dora del Hoyo.

Anche la sorella del Fondatore, Carmen Escrivá, è sepolta nella cripta, nella quale si trovano anche la Cappella del Santissimo e vari confessionali. San Josemaria predicó con instancabile zelo la necessità di ricorrere ai Sacramenti della Riconciliazione e dell’Eucarestia, doni di Dio ai suoi figli gli uomini, fonte di pace e di allegria perenni.


“La Madonna - così l'invoca la Chiesa - è la Regina della pace. Per questo quando la tua anima, l'ambiente familiare o professionale, la convivenza nella società o tra i popoli sono agitati, non cessare di acclamarla con questo titolo: “Regina pacis, ora pro nobis!” - Regina della pace, prega per noi! Hai provato, almeno, quando perdi la serenità?... - Ti sorprenderai della sua immediata efficacia”. (San Josemaria Escrivá de Balaguer)


Orari di Santa Maria della Pace

Santa Maria della Pace, Chiesa Prelatizia dell'Opus Dei - Viale Bruno Buozzi, 75 - 00197 Roma
Telefono 06-808961

Apertura:
Tutti i giorni dalle 8.30 alle 20.25
(dalle 14.00 alle 17.00, entrata da Via di Villa Sacchetti, 36)


Sante Messe:
Tutti i giorni alle ore 8.30, 12.00 e 19:30*.

*La Santa Messa dalle 19.30 non si celebrerà durante i mesi di luglio ed agosto.

Durante la Settimana Santa, dalla Domenica delle Palme alla Domenica di Pasqua, si celebrerà la Santa Messa solo alle 8.30, tranne Giovedì, Venerdì e Sabato Santo, in cui non c'è Santa Messa.


Confessioni:
In italiano, inglese, francese, tedesco, spagnolo e portoghese.

Se un gruppo vuole avvisare in anticipo del suo arrivo o un sacerdote desidera celebrare la santa Messa, può chiamare il numero 06-808961.


Per accedere a Santa Maria della Pace, come nelle altre chiese romane, si deve vestire dignitosamente: la consuetudine locale richiede ginocchia e spalle coperte.


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<![CDATA[24.4.1967]]> Commenta: “Abbiamo l’obbligo di fare in modo che ogni giorno nel mondo ci siano meno poveri, meno ignoranti, meno gente senza fede, meno invalidi per [...]]]> <![CDATA[Il cuore mi chiedeva qualcosa di grande...]]> Si compie un nuovo anniversario del giorno in cui San Josemaría fu ordinato sacerdote, il 28 marzo 1925. Questo video raccoglie parole di San Josemaría che si riferiscono alla sua vocazione sacerdotale.]]> <![CDATA[Il Twitter di san Josemaria]]> Tweet di @SJosemariait !function(d,s,id){var js,fjs=d.getElementsByTagName(s)[0],p=/^http:/.test(d.location)?'http':'https';if(!d.getElementById(id)){js=d.createElement(s);js.id=id;js.src=p+"://platform.twitter.com/widgets.js";fjs.parentNode.insertBefore(js,fjs);}}(document,"script","twitter-wjs");]]> <![CDATA[Il messaggio di San Josemaría ]]> Video sull'Opus Dei e il suo fondatore. Inizia con la voce di San Giovanni Paolo II il giorno della Beatificazione di Josemaría Escrivá de Balaguer, il 17 maggio 1992, e presenta sequenze inedite della Messa celebrata da san Josemaría nel Campus dell'Università di Navarra nel 1967.]]> <![CDATA[Matrimonio: Un cammino divino sulla terra]]> In questo videoclip, intitolato “Famiglia, Amore e Grazia”, realizzato in Cile, si introduce il tema della vocazione al matrimonio con spunti di diversi esperti.]]>