San Josemaria Escrivá. Fondatore dell'Opus Dei - Opus Dei: Biografia, insegnamenti e libri di san Josemaria Escriva, fondatore dell'Opus Dei. Disponibli anche articoli e testimonianze. http://www.it.josemariaescriva.info/ <![CDATA[Fatima]]> Apparizioni della Madonna a Fatima



Il 13 maggio 1917, tre bambini, Lucía de Jesús, di 10 anni, e i suoi cugini Francisco e Jacinta Marto, di 9 e 7 anni, curavano un piccolo gregge a Cova da Iría, nella parrocchia di Fatima, Comune di Vila Nova de Ourém, ora diocesi di Leiría-Fatima.

Verso mezzogiorno, dopo aver recitato il rosario come facevano abitualmente, mentre stavano costruendo una piccola casa di pietre, nello stesso luogo dove oggi si trova la Basilica, videro improvvisamente una luce splendente; pensando che fosse un lampo decisero di tornare a casa, ma poco più in basso un altro lampo illuminò lo spazio e videro sopra un piccolo leccio, dove si trova ora la cappella (Capelinha) delle apparizioni, una "Signora più splendente del sole", dalle cui mani pendeva un rosario bianco.

La Signora disse ai tre pastorelli che bisognava pregare molto e li invitò a tornare a Cova da Iría per altri cinque mesi consecutivi, il giorno 13 alla stessa ora. Essi fecero così e il giorno 13 dei mesi di giugno, luglio, settembre e ottobre la Signora tornò ad apparire loro a Cova da Iría.

In agosto l'apparizione fu il giorno 19 a Valinhos, a circa 500 metri da Aljustrel, perché il giorno 13 essi erano stati condotti dal sindaco a Vila Nova de Ourém.

Nell'ultima apparizione del 13 ottobre, in presenza di circa 70.000 persone, la Madonna disse loro di essere la "Signora del Rosario" e chiese di fare lì una cappella in suo onore. Dopo l'apparizione tutti i presenti osservarono il miracolo promesso ai tre bambini in luglio e settembre: il sole, simile a un disco di argento, poteva essere guardato direttamente senza alcuna difficoltà e girava su se stesso come una ruota di fuoco, precipitando poi verso la terra.

Da allora i tre bambini vissero intensamente le indicazioni della Madonna. Jacinta e Francisco si ammalarono e morirono poco dopo, offrendo tutte le loro sofferenze per la conversione dei peccatori e per consolare Gesù. Lucia entrò più tardi in un convento di sorelle dorotee, e successivamente nel Carmelo di Coimbra. Morì in fama di santità il 13 febbraio 2005. Jacinta e Francisco furono beatificati da Giovanni Paolo II a Fatima il 13 maggio 2000.

San Josemaría a Fatima: maggio 1967
San Josemaría fu per la prima volta a Fatima il 6 febbraio 1945 – diceva che "era stata la Vergine Santissima ad aprire le porte del Portogallo" (1). In effetti, fu su richiesta di suor Lucia, che allora viveva a Tuy, che egli andò in Portogallo e anche a Fatima, nel febbraio del 1945, nonostante non avesse in programma questa visita. Tornò altre volte a questo Santuario mariano, spinto dal suo grande amore alla Madonna.

Il 9 maggio 1967 fu la sua ottava visita. In quell'anno il 13 maggio si festeggiava il 50º anniversario delle apparizioni della Madonna a Fatima, e il Santo Padre Paolo VI avrebbe presieduto le celebrazioni. La Chiesa stava passando un periodo difficile e San Josemaría pregava incessantemente per la soluzione dei problemi, ricorrendo all'intercessione di Maria. Partì da Roma per un viaggio penitente e di preghiera. Arrivò al Santuario mariano di Lourdes il 22 aprile. Lì invocò l'aiuto e la protezione di Nostra Signora. Andando a Fatima, attraversò la Spagna e si incontrò con fedeli e cooperatori dell'Opus Dei e molte altre persone, in incontri familiari in diverse città.

Arrivò a Lisbona l'8 maggio. Il giorno seguente, molto presto, proseguì per Coimbra, dove andò a trovare suor Lucia che viveva nel Carmelo di quella città. Partì per Fatima quello stesso giorno. Lo accompagnavano Don Álvaro del Portillo (suo primo successore), don Javier Echevarría (attuale prelato dell'Opus Dei) e un piccolo gruppo di sacerdoti e laici (2). L'auto si muoveva a volte con difficoltà in mezzo alla moltitudine di pellegrini che andavano a piedi per la stessa strada anch'essi in direzione di Fatima (non c'era ancora l'autostrada). Con il rosario in mano, sotto una pioggia fine, tutte queste persone andavano con uno spirito di vera penitenza e preghiera, come aveva chiesto la Madonna cinquant'anni prima. San Josemaría si commosse per la fede di quelle persone che l'avrebbero sentito dire: "Dio vi benedica per l'amore che avete a Sua Madre". Appena arrivato a Fatima, si diresse alla capelinha e si inginocchiò ai piedi dell'immagine della Madonna. Con un raccoglimento che niente poteva distrarre, in un atteggiamento che faceva trasparire il dialogo affettuoso di un figlio con sua madre, pregò per le intenzioni della Chiesa. Passati alcuni minuti si diresse alla basilica per fare una visita al Santissimo Sacramento. Poi scrisse delle cartoline al Papa e ai suoi figli (era così che chiamava le persone dell'Opus Dei) di diverse parti del mondo.

Così preparò l'arrivo al "dolce Cristo in terra", come gli piaceva chiamare il Santo Padre con parole di Santa Caterina da Siena. Lasciò il Portogallo il 12 maggio perché i suoi figli e gli amici si unissero a Papa Paolo VI nelle celebrazioni del 50º anniversario delle apparizioni a Fatima. Il Papa nell'omelia della Santa Messa celebrata nel Santuario disse fra l'altro:« La nostra prima intenzione è la Chiesa; la Chiesa una, santa, cattolica ed apostolica. (…) Il Concilio Ecumenico ha risvegliato molte energie nel seno della Chiesa, ha aperto più ampie visioni nel campo della sua dottrina, ha chiamato tutti i suoi figli a più chiara coscienza, a più intima collaborazione, a più alacre apostolato. A Noi preme che tanto beneficio e tale rinnovamento si conservino e si accrescano. Quale danno sarebbe se un’interpretazione arbitraria e non autorizzata dal magistero della Chiesa facesse di questo risveglio un’inquietudine dissolvitrice della sua tradizionale e costituzionale compagine, sostituisse alla teologia dei veri e grandi maestri ideologie nuove e particolari, intese a togliere dalla norma della fede quanto il pensiero moderno, privo spesso di luce razionale, non comprende o non gradisce!» (3).

San Josemaría sarebbe tornato per l'ultima volta a implorare l'intercessione della Madonna nel Santuario di Fatima nel 1972.


Note
1. Hugo de Azevedo, Uma luz no mundo, Lisbona, Ed. Prumo, 1988
2. Manuel Martínez, Josemaría Escrivá, Fundador do Opus Dei: peregrino de Fátima, Lisbona, Diel, 2002
3. Paolo VI, Omelia, Fatima, 13-V-1967


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<![CDATA[Mese di maggio]]> Come piace agli uomini sentirsi ricordare la loro parentela con personaggi della letteratura, della politica, delle armi, della Chiesa...!
—Canta davanti alla Vergine Immacolata e ricordale: ave Maria, Figlia di Dio Padre: ave Maria, Madre di Dio Figlio: ave Maria, Sposa di Dio Spirito Santo... Più di te, soltanto Dio!
Cammino, 496

Un desiderio spontaneo
Il desiderio di intimità con la Madre di Dio e Madre nostra, sorge in noi spontaneamente. Vogliamo esserle vicini come lo si può essere con una persona viva: su di Lei, infatti, la morte non ha trionfato, ed Ella sta in corpo e anima accanto a Dio Padre, a suo Figlio e allo Spirito Santo.

Per capire il ruolo di Maria nella vita cristiana, per sentirci attratti verso di Lei, per cercare con affetto filiale la sua amorevole compagnia, non occorrono lunghe disquisizioni, anche se il mistero della maternità divina ha una ricchezza di contenuto su cui non si rifletterà mai abbastanza.
E’ Gesù che passa, 142


Segno dell'amor di Dio
La fede cattolica ha saputo riconoscere in Maria un segno privilegiato dell'amor di Dio: Dio ci chiama fin da ora suoi amici; la sua grazia opera in noi, ci rigenera dal peccato, ci dà la forza affinché, pur nella debolezza di chi è sempre polvere miserabile, possiamo riflettere in qualche modo il volto di Cristo. Non siamo dei naufraghi cui Dio ha promesso la salvezza: la salvezza opera già in noi. Di fronte a Dio non siamo come ciechi che aspirano alla luce e tuttavia gemono fra le angustie dell'oscurità: siamo figli che sanno di essere amati dal loro Padre.

Maria stessa ci comunica questa sicurezza, questo calore, questa fiducia. Ecco perché il suo nome tocca diritto il cuore. Il rapporto di ciascuno di noi con la propria madre può servire come modello e guida per il nostro rapporto con Maria, la Signora dal dolce nome. Dobbiamo amare Dio con lo stesso cuore col quale amiamo i nostri genitori, i nostri fratelli, le altre persone della nostra famiglia, i nostri amici: abbiamo un cuore solo. Con questo solo cuore dobbiamo rivolgerci a Maria.
E’ Gesù che passa, 142

Come si comporta un figlio con sua madre?
Come si comporta un figlio con sua madre? In tanti modi diversi, ma sempre con affetto e fiducia. Con un affetto che si manifesterà di volta in volta secondo le occasioni tracciate dalla vita stessa. Lungi da ogni freddezza, si creano così tenere e intime consuetudini domestiche fatte di piccole attenzioni quotidiane che il figlio sente il bisogno di rivolgere alla madre e di cui la madre sente la mancanza se il figlio le dimentica: un bacio, una carezza uscendo o entrando in casa, un piccolo regalo, qualche parola intensa ed espressiva.

Anche i nostri rapporti con la Madre del Cielo richiedono norme di pietà filiale che guidino il nostro comportamento verso di Lei. Molti cristiani adottano l'antica consuetudine dello scapolare, o usano salutare — non c'è bisogno di parole, basta un pensiero — le immagini di Maria che si trovano in ogni casa cristiana o che adornano le strade in tante città. Altri vivono quella preghiera meravigliosa che è il santo Rosario, nel quale l'anima non si stanca di ripetere le stesse cose, come non se ne stancano gli innamorati che si amano veramente, e in cui si impara a rivivere i momenti centrali della vita del Signore. Altri ancora si sono abituati a dedicare alla Madonna un giorno della settimana — proprio il giorno in cui siamo oggi riuniti, il sabato — come un'occasione per offrirle qualche piccola attenzione e per meditare più intensamente sulla sua maternità.
E’ Gesù che passa, 142

Maria Santissima, la Madre di Dio, passa inosservata, come una delle tante donne del suo paese.
—Impara da Lei a vivere con “naturalezza”.
Cammino, 499

Vuoi amare la Vergine? E allora parla con Lei, cerca di conoscerla. Come? Recitando bene il suo Rosario.
Santo Rosario, Nota dell'autore
Santo Rosario: un aiuto per recitarlo
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<![CDATA[Che cos'è una romeria? Come la si fa?]]> La parola romeria viene da "romero", come venivano chiamate le persone che andavano in pellegrinaggio a Roma. In seguito il significato si è esteso e attualmente una romeria è la visita a un santuario.

Nel mese di maggio, che la Chiesa dedica tradizionalmente alla Santissima Vergine, è consuetudine organizzare romerie a santuari Mariani, per andare a trovare e onorare nostra Madre.

San Josemaría si commuoveva per le manifestazioni di amore alla Madonna piene di gente, ma diceva sempre che prediligeva le romerie fatte individualmente o in gruppi piccoli, magari solo di due o tre persone. "Rispetto e amo le manifestazioni pubbliche di pietà, ma personalmente preferisco offrire a Maria lo stesso affetto e lo stesso entusiasmo con visite private o in piccoli gruppi che abbiano il sapore dell'intimità." (È Gesù che passa, 139)

Nel 1935, dopo la sua prima visita al santuario di Sonsoles, vicino ad Avila, il fondatore dell'Opus Dei stabilì che, come dimostrazione di amore alla Madonna, tutti i fedeli della Prelatura facessero ogni anno, nel mese di maggio, una romeria a un santuario o in un altro luogo in cui si veneri un'immagine di Santa Maria. Da allora, questa consuetudine si è diffusa tra molte persone che hanno conosciuto il suo messaggio.

La romeria di maggio è una visita alla Madonna fatta con amore filiale. San Josemaría la faceva recitando tre parti del Rosario: una andando verso il santuario; un'altra -che di solito era quella dei misteri del giorno, con le litanie-, nel santuario o davanti all'immagine della Vergine; e la terza sulla strada del ritorno
Si possono offrire alla Madonna piccoli sacrifici per le necessità personali e di tutta la Chiesa: fare a piedi almeno l'ultima parte del tragitto; accettare con allegria le scomodità del cammino o l'inclemenza del tempo; privarsi del piccolo ristoro che sarebbe normale in una passeggiata, ecc.

La romeria di maggio ha uno spiccato spirito apostolico. San Josemaría incoraggiava a farla in compagnia di amici o parenti e ad approfittare per suggerire loro un passo avanti nella loro vita cristiana.
"Molte conversioni, molte decisioni di dedizione al servizio di Dio sono state precedute da un incontro con Maria. La Madonna ne ha alimentato il desiderio di ricerca, ha stimolato maternamente le inquietudini dell'anima, ha promosso il desiderio di un cambiamento, di una vita nuova." (È Gesù che passa, 149)

Una particolare manifestazione della maternità di Maria -diceva S. Giovanni Paolo II a Fatima- riguardo agli uomini sono i luoghi, nei quali Ella s’incontra con loro; le case nelle quali Ella abita; case nelle quali si risente una particolare presenza della Madre. In tutti questi luoghi si realizza in modo mirabile quel singolare testamento del Signore Crocifisso: l’uomo vi si sente consegnato e affidato a Maria; l’uomo vi accorre per stare con lei come con la propria Madre; l’uomo apre a lei il suo cuore e le parla di tutto: “la prende nella sua casa”, cioè dentro tutti i suoi problemi."
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<![CDATA[Nella bottega di Giuseppe]]> Scarica il testo dell'omelia Nella bottega di Giuseppe, pronunciata da San Josemaría Escrivá il 19-III-1963.

Ascolta l'omelia Nella bottega di Giuseppe in mp3.

Che cosa sappiamo di Giuseppe?
Sappiamo che era un lavoratore come milioni di uomini in tutto il mondo; esercitava il mestiere faticoso e umile che Dio, prendendo la nostra carne e volendo vivere per trent'anni come uno qualunque tra di noi, aveva scelto per sé. La Sacra Scrittura dice che Giuseppe era artigiano.

Una grande personalità
Dai racconti evangelici risalta la grande personalità umana di Giuseppe: in nessuna circostanza si dimostra un debole o un pavido dinanzi alla vita; al contrario, sa affrontare i problemi, supera le situazioni difficili, accetta con responsabilità e iniziativa i compiti che gli vengono affidati.

Non sono d'accordo con il modo tradizionale di raffigurare san Giuseppe come un vecchio, anche se riconosco la buona intenzione di dare risalto alla verginità perpetua di Maria. Io lo immagino giovane, forte, forse con qualche anno più della Madonna, ma nella pienezza dell'età e delle forze fisiche.

La purezza nasce dall'amore
Per praticare la virtù della castità non c'è bisogno di attendere la vecchiaia o la perdita del vigore. La purezza nasce dall'amore, e non sono un ostacolo per l'amore puro la forza e la gioia della giovinezza. Erano giovani il cuore e il corpo di Giuseppe quando contrasse matrimonio con Maria, quando conobbe il mistero della sua Maternità divina, quando le visse accanto rispettando quell'integrità che Dio affidava al mondo come uno dei segni della sua venuta tra gli uomini. Chi non è capace di capire tale amore vuol dire che sa ben poco del vero amore e che ignora totalmente il senso cristiano della castità.

Ogni giorno, il lavoro
Giuseppe, dunque, era un artigiano della Galilea, un uomo come tanti altri. E che cosa può attendersi dalla vita l'abitante di un villaggio sperduto come Nazaret? Lavoro e null'altro che lavoro; tutti i giorni, sempre con lo stesso sforzo. Poi, terminata la giornata, una casa povera e piccola, per ristorare le forze e ricominciare a lavorare il giorno dopo.

Ma, in ebraico, il nome Giuseppe significa Dio aggiungerà. Dio aggiunge alla vita santa di coloro che compiono la sua volontà una dimensione insospettata: quella veramente importante, quella che dà valore a tutte le cose, quella divina. Alla vita umile e santa di Giuseppe, Dio aggiunse — mi si permetta di parlare così — la vita della Vergine Maria e quella di Gesù, Nostro Signore. Dio non si fa battere in generosità. Giuseppe poteva far sue le parole di Maria, sua sposa: Quia fecit mihi magna qui potens est, grandi cose ha fatto in me l'Onnipotente, quia respexit humilitatem, perché ha guardato la mia piccolezza.

Un uomo comune su cui Dio fece affidamento
Giuseppe era infatti un uomo comune su cui Dio fece affidamento per operare cose grandi. Seppe vivere come voleva il Signore in tutti i singoli eventi che composero la sua vita. Per questo la Sacra Scrittura loda Giuseppe affermando che era giusto. E, nella lingua ebraica, giusto vuoi dire pio, servitore irreprensibile di Dio, esecutore della volontà divina; significa anche buono e caritatevole verso il prossimo. In una parola, il giusto è colui che ama Dio e dimostra questo amore osservando i comandamenti e orientando la vita intera al servizio degli uomini, propri fratelli.

È Gesù che passa, 40]]>
<![CDATA[San Josemaría e la Madonna di Montserrat]]> San Josemaría fu un grande devoto della Madonna di Montserrat. C'è il riscontro di un'intensa relazione con il santuario negli anni '40, specialmente verso la fine del 1946, anno in cui si trasferì a vivere stabilmente a Roma.
L'affetto per la Madonna di Montserrat, tuttavia, continuò per sempre. Fu proprio in una sua festa, il 27 aprile del 1954, che fu guarito da diabete, dopo un attacco fortissimo durante il quale fu sul punto di morire. Lo racconta José Miguel Cejas nel libro Josemaría Escrivá, un hombre, un camino y un mensaje (Josemarìa Escrivá, un uomo, un cammino e un messaggio).
Riportiamo il testo:

Il 27 aprile 1954 la vita seguì il suo normale corso a Villa Tevere, l'attuale sede Prelatizia dell'Opus Dei a Roma. Tutto sembrava indicare che quel giorno della festa della Madonna di Montserrat sarebbe stato un giorno come gli altri, pieno di orazione e di lavoro, nella calda primavera italiana.
In quel periodo il suo diabete si era acutizzato. Tutte le settimane gli facevano le analisi e il risultato era sempre peggiore, nonostante il rigoroso regime alimentare che osservava e l'alta dose di insulina che gli si somministrava ogni giorno.
Escrivá non perdeva la pace: Dio lo portava per cammini di abbandono, di umiltà, di semplicità, di fiducia. Quel giorno, seguendo le istruzioni del medico, alle 12.50, del Portillo gli fece un'iniezione di una nuova forma di insulina ritardata. Subito dopo scesero in sala da pranzo. Improvvisamente, già seduto a tavola, ebbe uno shock: si rese conto di morire e chiese immediatamente l'assoluzione.

-Álvaro, dammi l'assoluzione
-Ma, Padre, che cosa dice?
-L'assoluzione!

Poiché del Portillo era rimasto un po' sconcertato per la sorpresa, cominciò a dire "ego te absolvo…" e svenne.
Era uno shock anafilattico. Dopo avergli dato l'assoluzione, del Portillo gli fece ingerire dello zucchero, mettendoglielo in bocca, dandogli dell'acqua e muovendogli il capo e il corpo, e avvisò rapidamente il medico. Dopo pochi minuti, lentamente, Escrivá cominciò a riprendersi anche se era rimasto cieco.
Il medico rimase stupito: normalmente le reazioni di questo tipo sono quasi necessariamente mortali. Tuttavia dopo alcune ore il fondatore si riprese e recuperò di nuovo la vista. Da quel giorno il diabete fu totalmente guarito. Era stata una carezza di sua madre la Madonna nel giorno della festa di Montserrat.
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<![CDATA[La Prima Comunione]]> San Josemaría fece la Prima Comunione il 23 aprile 1912, a dieci anni dopo essere stato cresimato. Ricordò sempre con un fervente candore gli anniversari di questa data, in cui il Signore, come era solito dire: volle diventare il padrone del mio cuore.

In Spagna non usava che i bambini facessero la Prima Comunione prima dei dodici o tredici anni, usanza osservata anche in molti altri paesi. Fu in virtù del decreto di san Pio X, nel 1910, che questa data venne fissata al momento del raggiungimento dell’uso di ragione, e cioè intorno ai sette anni.

Un religioso scolopio, Padre Manuel Laborda de la Virgen del Carmen – “Padre Manolé”, come lo chiamavano affettuosamente i suoi alunni – si occupò della preparazione religiosa di san Josemaría. E nell’aspettare il tanto desiderato giorno insegnò al bambino una preghiera per mantenere vivo il suo desiderio: “Vorrei, Signore, riceverti con la purezza, l’umiltà e la devozione con cui ti ricevette la tua Santissima Madre, con lo spirito e il fervore dei Santi” . Preghiera che da allora Josemaría recitò sempre.

La vigilia del giorno stabilito venne chiamato un parrucchiere per fargli sistemare i capelli; ma questi nel prendergli una ciocca per fargli un boccolo, con le piastre calde gli produsse una bruciatura sulla testa. Il bimbo non disse nulla per evitargli un rimprovero e non causare disagio. Successivamente sarà sua madre ad accorgersi della cicatrice prodotta dalla bruciatura. E da allora, nei giorni di festa, il Signore si farà presente a Josemaría con il dolce criterio del dolore o della contraddizione, come una carezza.

Fece la Prima Comunione il 23 aprile 1912, a dieci anni dopo essere stato cresimato. Era la festa di san Giorgio, patrono dell’Aragona e della Catalogna, e giorno tradizionale per la cerimonia che ebbe luogo nella chiesa del Collegio degli Scolopi. Nel ricevere la Sacra Eucarestia pregò per i suoi genitori e per le sue sorelle, supplicando il Signore di concedergli la grazia di non perderLo mai.

Ricordò sempre con un fervente candore gli anniversari di questa data, in cui il Signore, come era solito dire: volle diventare il padrone del mio cuore.

Scaricare l'articolo sulla Prima Comunione di San Josemaría per i più piccoli in formato pdf.]]>
<![CDATA[Cristo presente nei cristiani]]> <![CDATA[Un villaggio chiamato Emmaus]]> <![CDATA[Risurrezione di Cristo: mistero di salvezza]]> <![CDATA[Gerusalemme: il Santo Sepolcro]]> Tracce della nostra fede

Sopraggiunta ormai la sera, poiché era la Parasceve, cioè la vigilia del sabato, venne Giuseppe, un uomo ricco di Arimatea (Mt 27,57), uomo buono e giusto, membro del Sinedrio, che non aveva aderito alla decisione e all'operato degli altri (Lc 23, 50-51). Era discepolo di Gesù, però nascostamente, per timore dei giudei (Gv 19,38). Coraggiosamente andò da Pilato per chiedere il corpo di Gesù. Pilato si meravigliò che fosse già morto e, chiamato il centurione, lo interrogò se fosse morto da tempo. Informato dal centurione, concesse la salma a Giuseppe (Mc 15, 43-45). Nicodemo, quello che era andato da Gesù nottetempo, venne anche lui portando una mistura di mirra e aloe, di cento libbre, più di trenta chili.

Presero il corpo di Gesù è lo avvolsero in lenzuoli, con gli aromi, come era costume dare sepoltura tra i giudei. Nel luogo dove fu crocifisso c’era un orto, e nell’orto un sepolcro nuovo in cui non era stato ancora sepolto nessuno (Gv 19, 39-41). Giuseppe lo aveva fatto scavare nella roccia (Mt 27, 60). Dato che era la Parasceve, e il sepolcro era vicino, posero lì Gesù (Gv 19, 42). Fecero rotolare una grande pietra all’ingresso del sepolcro e se ne andarono. Erano lì Maria Maddalena e l’altra Maria (Mt 27, 60-61), le donne che erano venute con lui dalla Galilea, e videro il sepolcro e come era stato sistemato il suo corpo. Rientrarono e prepararono aromi e unguenti. Il sabato riposarono secondo il precetto (Lc 23, 55-56).

Entrando nella basilica del Santo sepolcro, il pellegrino si trova in uno spazio limitato, chiuso da muri, che fa da atrio. Di fronte alla mancanza di prospettiva dell’insieme architettonico, la vista è attirata da quella che è conosciuta come la Pietra dell’Unzione, fiancheggiata da alti candelabri e decorata con una fila di lampade votive appese. Questa lastra, rialzata di alcuni centimetri dal pavimento, ai piedi del Calvario, aiuta a ricordare le pie cure che Giuseppe d’Arimatea e Nicodemo prestarono al corpo di Gesù dopo averlo schiodato dalla Croce.

Andando un po’ più avanti verso ovest, troviamo un piccolo monumento: una lastra circolare di marmo sul pavimento, coperta da un baldacchino. Secondo la tradizione, da questo punto le donne seguirono la deposizione e la sepoltura del Signore. Di fronte, attraversando un vano tra due enormi colonne, si accede alla Rotonda, o Anastasis, il mausoleo che Costantino fece costruire come cornice per la tomba di Gesù. Questa si trova al centro, al livello del pavimento della basilica, racchiusa in una cappella.

Le costruzioni hanno trasformato la zona e anche parte dello stesso sepolcro, ma grazie ai dati scritturistici e archeologici possiamo farci un’idea di come era nel primo secolo. Il Golgota era parte di una cava abbandonata. La tomba era stata scavata in una roccia di questa pietraia e presentava una bassa apertura sul lato est, quella che venne chiusa rotolando una grossa pietra, attraverso la quale probabilmente bisognava passare inginocchiandosi. Dopo uno stretto passaggio si entrava in un vestibolo, che a sua volta portava alla camera funeraria. Lì depositarono con premura il corpo del Signore, sopra un banco scavato sulla destra, nella parete nord, perché cominciavano a vedersi le luci del sabato (Lc 23, 54).

Il sepolcro vuoto
Passato il sabato, Maria di Magdala, Maria di Giacomo e Salome comprarono oli aromatici per andare a imbalsamare Gesù. Di buon mattino, il primo giorno dopo il sabato, vennero al sepolcro al levar del sole. Esse dicevano tra loro: «Chi ci rotolerà via il masso dall'ingresso del sepolcro?». Ma, guardando, videro che il masso era già stato rotolato via, benché fosse molto grande. Entrando nel sepolcro, videro un giovane, seduto sulla destra, vestito d'una veste bianca, ed ebbero paura. Ma egli disse loro: «Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui. Ecco il luogo dove l'avevano deposto. Ora andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro che egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto» (Mc 16, 1-7).

Conosciamo bene i racconti evangelici delle apparizioni del Signore risuscitato: a Maria Maddalena, ai discepoli di Emmaus, agli Undici riuniti nel Cenacolo, a Pietro e ad altri apostoli sul mare di Galilea… Questi incontri con Gesù, che permisero loro di testimoniare il reale avvenimento della sua Resurrezione, furono preparati dalla scoperta del sepolcro vuoto. “La sua scoperta da parte dei discepoli è stato il primo passo verso il riconoscimento dell'evento della Risurrezione (…). «Il discepolo... che Gesù amava» (Gv 20,2) afferma che, entrando nella tomba vuota e scorgendo «le bende per terra» (Gv 20,6), «vide e credette» (Gv 20,8). Ciò suppone che egli abbia constatato, dallo stato in cui si trovava il sepolcro vuoto, che l'assenza del corpo di Gesù non poteva essere opera umana e che Gesù non era semplicemente ritornato ad una vita terrena come era avvenuto per Lazzaro (Catechismo della Chiesa Cattolica, 640).

Anche per i primi cristiani la tomba vuota dovette costituire un segno essenziale. Possiamo immaginare che si avvicinassero a questo luogo con venerazione, lo contemplassero attoniti e gioiosi… A questi fedeli ne seguirono altri e altri, di modo che la memoria del luogo non andò perduta nemmeno quando l’imperatore Adriano rase al suolo Gerusalemme, nella prima metà del secondo secolo. Questa tradizione risuona con drammaticità in una relazione di Eusebio di Cesarea, in cui si descrivono i lavori auspicati da Costantino nel 325 e la scoperta della tomba di Gesù: “quando, tolto un elemento dopo l’altro, apparve il luogo in fondo alla terra, allora, contro ogni speranza, apparve il resto, cioè il venerato e santissimo testimone della resurrezione salvifica, e la grotta più santa di tutte riprese lo stesso aspetto della resurrezione del Salvatore. Di fatto, dopo essere stata sepolta nelle tenebre, tornò di nuovo alla luce, e a tutti quelli che venivano a visitarla lasciava intravedere la storia delle meraviglie compiute lì, testimoniando con fatti più sonori di qualunque voce la resurrezione del Salvatore” (Eusebio di Cesarea, De vita Constantini, 3, 28).

Gli architetti di Costantino isolarono la zona della tomba di Gesù e tagliarono la roccia in cui era stata scavata, di modo che il sepolcro rimase separato all’interno di un cubo di pietra. Lo rivestirono con un’edicola, e, facendone il centro, gli progettarono intorno un mausoleo di forma circolare – la Anastasis -, coperto da una grande cupola con un occhio. Per quanto questa struttura si sia conservata fino ai nostri giorni, pochi elementi risalgono alle opere originali.

La cappella deve il suo aspetto a un restauro realizzato nel 1810 dai cristiani greco-ortodossi, sebbene l’altare situato sul lato posteriore, che appartiene ai copti, risalga al XII secolo. Inoltre è puntellata con travi di acciaio dalla prima metà del XX secolo, a causa dei danni subiti durante un terremoto. Sopra il tetto piano dell’edicola si innalza una piccola cupola di stile moscovita, sostenuta da piccole colonne; la facciata è adornata di candelieri e lampade d’olio; e, sui lati, numerose iscrizioni in greco invitano tutti i popoli a lodare Cristo resuscitato.

L’interno consta di una camera e di una cameretta, comunicanti attraverso un’apertura bassa e stretta. La camera misura tre metri e mezzo di lunghezza per quattro di larghezza, e simula il vestibolo dell’ipogeo originale, che fu eliminato già al tempo di Costantino. Si chiama Cappella dell’Angelo in ricordo della creatura celeste che, seduta sulla grossa pietra che chiudeva il sepolcro, apparve alle donne per annunciare loro la resurrezione. Un pezzo di questa pietra è custodito al centro della stanza, in un piedistallo; fino alla distruzione della basilica nel 1009 per ordine di El-Hakin, si era conservata intera. La furia del sultano raggiunse anche la cameretta, che corrisponde esattamente al sepolcro del Signore, ma il danno fu presto riparato. La nicchia in cui Giuseppe d’Arimatea e Nicodemo deposero il corpo di Cristo si trova sulla destra, parallela alla parete, coperta da lastre di marmo. Lì il terzo giorno resuscitò dai morti (Simbolo degli Apostoli). Si comprende perfettamente la devozione con cui i pellegrini entrano in questo piccolo spazio, dove è possibile celebrare la Santa Messa in alcune ore del giorno.

Fuori dalla Rotonda, nel complesso che i crociati costruirono sopra i resti del triportico e della basilica a cinque navate di Costantino, ci sono altre cappelle. Le più importanti sono quelle del Calvario, già descritte nell’articolo precedente; inoltre sono da segnalare: sul lato nord, proprietà della Custodia di Terra Santa, l’altare di Maria Maddalena e la cappella del Santissimo Sacramento, che è dedicata all’apparizione di Gesù resuscitato a sua Madre e conserva un frammento della colonna della Flagellazione; al centro della chiesa, al posto dell’antico coro dei canonici e aperto solo verso l’Anastasis, il così detto Katholikon, un ampio spazio che dipende dalla chiesa greco-ortodossa; dietro a questo, nel deambulatorio, le cappelle che ricordano gli improperi contro Gesù crocifisso, la divisione delle sue vesti e il colpo di lancia del soldato Longino; e, a un livello inferiore, la cappella di Sant’Elena, che appartiene alla chiesa armena, San Vartàn, pure dei cristiani armeni, dove c’è un graffito di un pellegrino del II secolo, e quella del ritrovamento della Santa Croce.

Ciascuno spazio conserva la sua memoria, ma sarebbe troppo lungo soffermarsi su tutti. Certamente la cripta merita una spiegazione, poiché la tradizione colloca lì un evento importante: il ritrovamento della Croce da parte di Sant’Elena, la madre di Costantino, che andò a Gerusalemme poco prima di morire, verso l’anno 327. Sant’Ambrogio lo riferisce con grande forza poetica: “Elena arrivò, cominciò a visitare i luoghi santi e lo Spirito le ispirò di cercare il legno della croce. Si diresse al Golgota e disse: ecco il luogo della contesa, dov’è la vittoria? Cerco lo stendardo della salvezza e non lo trovo. Io sto su un trono – disse – e la Croce del Signore nella polvere? Io in mezzo all’oro e il trionfo di Cristo in mezzo alle rovine? (…). Vedo quello che hai fatto, demonio, perché fosse sepolta la spada con cui sei stato annientato. Ma Isacco liberò i pozzi che erano stati ostruiti dagli stranieri e non permise che l’acqua rimanesse nascosta. Si sgombrino dunque le macerie, perché appaia la vita; sia sguainata la spada con cui è stata tagliata la testa del vero Golia (…). Cosa hai ottenuto diavolo, nascondendo il legno, se non di essere vinto un’altra volta? Ti vinse Maria, che generò il trionfatore, che diede alla luce, senza danno per la sua verginità chi, crocifisso, ti avrebbe vinto, e, morto, sottomesso. Anche oggi sarai vinto, in modo che una donna metta allo scoperto le tue insidie. Lei, come santa, portò nel suo seno il Signore; io cercherò la sua croce. Lei mostrò che era nato; io che è resuscitato” (Sant’Ambrogio, De obitu Theodosii, 43-44).

La narrazione continua con il ritrovamento di tre croci nascoste nel fondo di un’antica cisterna, che corrisponde all’attuale cappella dell’Invenzione. La Croce di Cristo poté essere riconosciuta grazie ai resti del titolo, l’iscrizione ordinata da Pilato, che fu pure trovato; un frammento di questa iscrizione è conservato nella basilica di Santa Croce in Gerusalemme a Roma. Furono trovati anche alcuni chiodi: uno servì per forgiare la Corona ferrea degli imperatori, che è custodita a Monza, un altro è venerato nel Duomo di Milano, e un terzo nell’Urbe.

Cristo vive
In Terra Santa ci sono molti luoghi che conservano le tracce del passaggio del Signore, e sono state giustamente venerate lungo i secoli. Di certo nessuno è comparabile al Santo Sepolcro, il luogo stesso dove si verificò l’evento centrale della nostra fede: Ma se Cristo non è risuscitato – avvertiva già san Paolo i fedeli di Corinto -, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede (1 Cor 15, 14).

Cristo vive. Questa è la grande verità che riempie di contenuto la nostra fede. Gesù, che morì sulla Croce, è risorto, ha trionfato sulla morte, sul potere delle tenebre, sul dolore, sull'angoscia (…). Cristo non è un uomo del passato, che visse un tempo e poi se ne andò lasciandoci un ricordo e un esempio meravigliosi. No: Cristo vive. Gesù è l'Emmanuele, Dio con noi. La sua Risurrezione ci rivela che Dio non abbandona mai i suoi (È Gesù che passa, 102).

Benedetto XVI ha ripetuto in numerose occasioni e in modi diversi che all’origine della fede non c’è una decisione etica o una grande idea, e che nemmeno sono solo conoscenze quelle che noi fedeli dobbiamo trasmettere: “La fede cristiana come sappiamo nasce non dall'accoglienza di una dottrina, ma dall'incontro con una Persona, con Cristo morto e risuscitato. Nella nostra esistenza quotidiana, cari amici, tante sono le occasioni per comunicare agli altri questa nostra fede in modo semplice e convinto, così che dal nostro incontro può nascere la loro fede. Ed è quanto mai urgente che gli uomini e le donne della nostra epoca conoscano e incontrino Gesù e, grazie anche al nostro esempio, si lascino conquistare da Lui” (Benedetto XVI, Regina Coeli, Lunedì di Pasqua, 9 aprile 2007).

Cristo, mediante la sua Incarnazione, la sua vita di lavoro a Nazaret, la sua predicazione e i suoi miracoli nelle contrade della Giudea e della Galilea, la sua morte in Croce, la sua Risurrezione, è il centro della creazione, è il Primogenito e il Signore di ogni creatura.

La nostra missione di cristiani è di proclamare la regalità di Cristo, annunciandola con le nostre parole e le nostre opere. Il Signore vuole che i suoi fedeli raggiungano ogni angolo della terra. Ne chiama alcuni nel deserto, lontano dalle preoccupazioni della società umana, per ricordare agli altri, con la loro testimonianza, che Dio esiste. Ad altri affida il ministero sacerdotale. Ma i più li vuole in mezzo al mondo, nelle occupazioni terrene. Pertanto, questi cristiani devono portare Cristo in tutti gli ambienti in cui gli uomini agiscono: nelle fabbriche, nei laboratori, nei campi, nelle botteghe degli artigiani, nelle strade delle grandi città e nei sentieri di montagna (…). Ogni cristiano deve rendere presente Cristo fra gli uomini; deve agire in modo tale che quelli che lo avvicinano riconoscano il bonus odor Christi, il profumo di Cristo; deve comportarsi in modo che nelle azioni del discepolo si scorga il volto del maestro (È Gesù che passa, 105).

Pochi giorni dopo l’inizio del suo pontificato, durante la Pasqua, Papa Francesco si riferì a questa missione che spetta a ogni battezzato: “Cristo ha vinto il male in modo pieno e definitivo, ma spetta a noi, agli uomini di ogni tempo, accogliere questa vittoria nella nostra vita e nelle realtà concrete della storia e della società. Per questo mi sembra importante sottolineare quello che oggi domandiamo a Dio nella liturgia: «O Padre, che fai crescere la tua Chiesa donandole sempre nuovi figli, concedi ai tuoi fedeli di esprimere nella vita il sacramento che hanno ricevuto nella fede» (Oraz. Colletta del Lunedì dell’Ottava di Pasqua).

E’ vero, il Battesimo che ci fa figli di Dio, l’Eucaristia che ci unisce a Cristo, devono diventare vita, tradursi cioè in atteggiamenti, comportamenti, gesti, scelte. La grazia contenuta nei Sacramenti pasquali è un potenziale di rinnovamento enorme per l’esistenza personale, per la vita delle famiglie, per le relazioni sociali. Ma tutto passa attraverso il cuore umano: se io mi lascio raggiungere dalla grazia di Cristo risorto, se le permetto di cambiarmi in quel mio aspetto che non è buono, che può far male a me e agli altri, io permetto alla vittoria di Cristo di affermarsi nella mia vita, di allargare la sua azione benefica. Questo è il potere della grazia! Senza la grazia non possiamo nulla. Senza la grazia non possiamo nulla! E con la grazia del Battesimo e della Comunione eucaristica posso diventare strumento della misericordia di Dio, di quella bella misericordia di Dio” (Francesco, Regina Coeli, Lunedì di Pasqua, 1 aprile 2013).


Link di interesse

Pagina della Custodia di Terra Santa sul Santo Sepolcro
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<![CDATA[Le passò la tosse]]> <![CDATA[Il favore di un lavoro]]> <![CDATA[Un contratto]]> <![CDATA[Santa Maria della Pace, un luogo di preghiera]]> Le sacre spoglie di San Josemaría Escrivá riposano a Roma, nella Chiesa di Santa Maria della Pace, dove molte persone si recano per chiedere il suo aiuto o ringraziarlo per la sua intercessione.

Foglietto informativo con mappa, in formato pdf

Il corpo di san Josemaria riposa in un’urna collocata sotto l’altare della Chiesa di Santa Maria della Pace. Milioni di persone in tutto il mondo ricorrono a San Josemaria per chiedere a Dio Nostro Signore grazie di qualsiasi tipo. E sono molti coloro che visitano la Chiesa Prelatizia per pregare o per ringraziare per le grazie ricevute attraverso la sua intercessione.

Il 31 dicembre del 1959, San Josemaría celebrò la prima Messa in Santa Maria della Pace, che in seguito all’erezione dell’Opus Dei come Prelatura personale diventò la Chiesa Prelatizia. La devozione di Mons. Escrivá alla Madonna è il motivo del titolo della chiesa e dell’immagine che la presiede, opera di Manuel Caballero.

L'altare è situato sotto un piccolo baldacchino, secondo la consuetudine di molte chiese romane. Nel vestibolo di entrata si trova una statua della Madonna, Madre del Bell'Amore. Nell'atrio c'è il fonte battesimale in cui San Josemaría fu battezzato il 13 gennaio 1902, donato dal Vescovo e dal Capitolo della Cattedrale di Barbastro, città natale del santo.

Nella cripta sono sepolti i primi due Vescovi successori di San Josemaría alla guida dell’Opus Dei: il Beato Álvaro del Portillo (1914-1994), e Mons. Javier Echevarría (1932-2016).

Nella stessa cappella è stata recentemente sepolta la prima numeraria ausiliare dell'Opus Dei, Dora del Hoyo.

Anche la sorella del Fondatore, Carmen Escrivá, è sepolta nella cripta, nella quale si trovano anche la Cappella del Santissimo e vari confessionali. San Josemaria predicó con instancabile zelo la necessità di ricorrere ai Sacramenti della Riconciliazione e dell’Eucarestia, doni di Dio ai suoi figli gli uomini, fonte di pace e di allegria perenni.


“La Madonna - così l'invoca la Chiesa - è la Regina della pace. Per questo quando la tua anima, l'ambiente familiare o professionale, la convivenza nella società o tra i popoli sono agitati, non cessare di acclamarla con questo titolo: “Regina pacis, ora pro nobis!” - Regina della pace, prega per noi! Hai provato, almeno, quando perdi la serenità?... - Ti sorprenderai della sua immediata efficacia”. (San Josemaria Escrivá de Balaguer)


Orari di Santa Maria della Pace

Santa Maria della Pace, Chiesa Prelatizia dell'Opus Dei - Viale Bruno Buozzi, 75 - 00197 Roma
Telefono 06-808961

Apertura:
Tutti i giorni dalle 8.30 alle 20.25
(dalle 14.00 alle 17.00, entrata da Via di Villa Sacchetti, 36)


Sante Messe:
Tutti i giorni alle ore 8.30, 12.00 e 19:30*.

*La Santa Messa dalle 19.30 non si celebrerà durante i mesi di luglio ed agosto.

Durante la Settimana Santa, dalla Domenica delle Palme alla Domenica di Pasqua, si celebrerà la Santa Messa solo alle 8.30, tranne Giovedì, Venerdì e Sabato Santo, in cui non c'è Santa Messa.


Confessioni:
In italiano, inglese, francese, tedesco, spagnolo e portoghese.

Se un gruppo vuole avvisare in anticipo del suo arrivo o un sacerdote desidera celebrare la santa Messa, può chiamare il numero 06-808961.


Per accedere a Santa Maria della Pace, come nelle altre chiese romane, si deve vestire dignitosamente: la consuetudine locale richiede ginocchia e spalle coperte.


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<![CDATA[24.5.1974]]> Durante la sua permanenza in Brasile, nel 1974, commenta: “Il Signore vuole che stiamo nel mondo e che lo amiamo senza essere mondani. Il Signore [...]]]> <![CDATA[Il cuore mi chiedeva qualcosa di grande...]]> Si compie un nuovo anniversario del giorno in cui San Josemaría fu ordinato sacerdote, il 28 marzo 1925. Questo video raccoglie parole di San Josemaría che si riferiscono alla sua vocazione sacerdotale.]]> <![CDATA[Il Twitter di san Josemaria]]> Tweet di @SJosemariait !function(d,s,id){var js,fjs=d.getElementsByTagName(s)[0],p=/^http:/.test(d.location)?'http':'https';if(!d.getElementById(id)){js=d.createElement(s);js.id=id;js.src=p+"://platform.twitter.com/widgets.js";fjs.parentNode.insertBefore(js,fjs);}}(document,"script","twitter-wjs");]]> <![CDATA[Il messaggio di San Josemaría ]]> Video sull'Opus Dei e il suo fondatore. Inizia con la voce di San Giovanni Paolo II il giorno della Beatificazione di Josemaría Escrivá de Balaguer, il 17 maggio 1992, e presenta sequenze inedite della Messa celebrata da san Josemaría nel Campus dell'Università di Navarra nel 1967.]]> <![CDATA[Matrimonio: Un cammino divino sulla terra]]> In questo videoclip, intitolato “Famiglia, Amore e Grazia”, realizzato in Cile, si introduce il tema della vocazione al matrimonio con spunti di diversi esperti.]]>