San Josemaria Escrivá. Fondatore dell'Opus Dei - Opus Dei: Biografia, insegnamenti e libri di san Josemaria Escriva, fondatore dell'Opus Dei. Disponibli anche articoli e testimonianze. http://www.it.josemariaescriva.info/ <![CDATA[La fondazione dell’Opus Dei]]> Martedì 2 ottobre 1928, festa degli Angeli Custodi, era il secondo giorno degli esercizi spirituali organizzati dai sacerdoti diocesani nella Casa Centrale dei Lazzaristi, situata in una zona che all’epoca costituiva la periferia di Madrid.

I sei sacerdoti che partecipavano a quegli esercizi avevano già celebrato la Messa, osservando il digiuno, pregato la parte del breviario del giorno e letto alcuni passi del Nuovo Testamento. Verso le dieci del mattino, il giovane sacerdote Josemaría Escrivá, ventiseienne, si ritirò in camera sua.

Una volta lì, solo, si mise a rivedere e riordinare alcune note personali che aveva portato con sè. In esse, Josemaría Escrivá aveva riportato le grazie straordinarie e le ispirazioni divine che Dio gli aveva concesso come risposta a dieci anni di orazione, durante i quali aveva fatto sue le parole che il cieco del Vangelo rivolse a Gesù: “Signore, fà che io veda!”.

Escrivá aveva la certezza che Dio voleva da lui qualcosa di concreto, ma le mozioni interiori che aveva avuto fino a quel giorno erano talmente incomplete e parziali, che intuiva a mala pena ciò che il Signore desiderava veramente. Con il passare degli anni, capitava spesso che si annotasse queste grazie ricevute prima del 2 ottobre del 1928 come “presentimenti” di ciò che Dio gli chiedeva.

Nel preciso istante in cui le campane della vicina parrocchia di Nostra Signora degli Angeli suonavano per celebrare la festa del giorno, tutte quelle realtà che erano fino ad allora come pezzi staccati di un mosaico ancora non assemblato, acquisirono improvvisamente il loro senso compiuto. Escrivá vide come Dio voleva che ci fosse una parte della Chiesa composta da persone di ogni condizione, che si dedicasse a far proprio – e lo trasmettesse a sua volta ad amici, parenti e colleghi – l’affascinante messaggio evangelico che Dio chiama tutto il mondo alla santità, qualsiasi sia l’età, la condizione sociale, la professione e lo stato di ciascuno.

In un’annotazione raccolta da Escrivá nel 1930, in un linguaggio quasi telegrafico, si riassume il contenuto della visione che ebbe il 2 ottobre 1928: “Semplici cristiani. Massa in fermento. Il nostro ambito è l’ordinario, con naturalezza. Il mezzo: il lavoro professionale. Tutti santi!”. Lo scrittore francese Francois Gondrand ci ha lasciato una versione più poetica della stessa idea: “Migliaia, milioni di anime che elevano la loro orazione a Dio su tutta la superficie della terra; generazioni e generazioni di cristiani, immersi in ogni tipo di occupazione terrena, che offrono al Signore i loro impegni professionali e le mille preoccupazioni della vita quotidiana; ore e ore di lavoro intenso, costante, che sale al cielo come un incenso di piacevole aroma dai quattro punti cardinali... Una moltitudine formata da ricchi e poveri, giovani e anziani, di tutti i paesi e di tutte le razze. Milioni e milioni di anime, di tutti i tempi e di ogni parte del mondo... un battito invisibile che percorre e irriga la superficie della terra”.

Non sappiamo se la visione che ebbe Escrivá si avvicina più all’austera nota scritta nel 1930 o alla lirica versione riportata da Gondrand molti anni dopo, ma ogni volta che parlava o scriveva i fatti avvenuti quel 2 ottobre 1928, le sue parole erano invariabilmente brevi e schematiche. Spesso, l’episodio veniva descritto con la laconica espressione: “Vidi l’Opus Dei”.

In un documento del 2 ottobre 1931, il più antico che si conserva con un riferimento alla data fondazionale, Escrivá commenta: “Ricevetti l’illuminazione su tutta l’Opera”. Questa illuminazione comprendeva una “idea generale chiara” della missione affidatagli, pur senza includere tutti i dettagli. In un’altra occasione, Escrivá disse: “Dio nostro Signore mi ha trattato come un bambino; non mi ha presentato tutto il peso in una volta sola, perchè me lo ha fatto vedere un pò alla volta. A un bambino piccolo non si danno quattro incarichi in una volta sola. Gliene si dà uno, e poi un altro, e poi un altro ancora quando ha finito quello precedente. Avete visto come gioca un bimbo con suo padre? Il piccolo ha alcuni tasselli di legno in mano, di forme e colori diversi... e suo padre gli dice: questo lo metti qui, quest’altro qui, quello rosso più in là... E alla fine...un castello!”


Uncommon Faith: the early years of Opus Dei (1928-1943), John F. Coverdale, Princeton N.J.: Scepter, Capitolo 2]]>
<![CDATA[L’Opus Dei]]> Che cosa significa Opus Dei?

Opus Dei significa “Opera di Dio”. Il nome completo è Prelatura della Santa Croce e Opus Dei. Si può chiamare, più brevemente, Prelatura dell’Opus Dei o, semplicemente, Opus Dei.

Cos’è l’Opus Dei?

L'Opus Dei è una prelatura personale della Chiesa cattolica che ha lo scopo di contribuire alla missione evangelizzatrice della Chiesa, promuovendo fra i fedeli cristiani di ogni condizione, uno stile di vita pienamente coerente con la fede nelle circostanze quotidiane dell'esistenza umana, specialmente attraverso la santificazione del lavoro.

Il Signore –spiega san Josemaría – suscitò l’Opus Dei nel 1928 per aiutare a ricordare ai cristiani che, come racconta il libro della Genesi, Dio creò l ‘uomo per lavorare. Siamo venuti a richiamare nuovamente l’attenzione sull’esempio di Gesù che, per trent’anni, rimase a Nazareth lavorando, esercitando un mestiere.

Nelle mani di Gesù il lavoro, e un lavoro professionale simile a quello che svolgono milioni di uomini nel mondo, si trasforma in compito divino, in lavoro di redenzione, in cammino di salvezza.


Cosa significa santificare il lavoro?

«Lo spirito dell’Opus Dei raccoglie una realtà bellissima che qualunque lavoro umanamente decoroso ed onesto può convertirsi in un lavoro divino. Santificare il lavoro vuol dire lavorare secondo lo spirito di Cristo: svolgere perfettamente i propri doveri per dare gloria a Dio e per servire gli altri, dando in tal modo il proprio contributo alla santificazione del mondo e rendendo presente lo spirito del Vangelo in ogni attività e realtà temporale.»


Come nacque l’Opus Dei?

Il 30 settembre del 1928, Josemaría Escrivá cominciò degli esercizi spirituali nella Residenza dei missionari di San Vincenzo di Paola, a Madrid (Spagna), che sarebbero durati fino al 6 di ottobre. Il secondo giorno di questo ritiro spirituale, martedì 2 ottobre, dopo aver celebrato la Messa e raccolto nella sua stanza, mentre rileggeva e meditava gli appunti che aveva raccolto negli ultimi dieci anni, “vide” l’Opus Dei: «Ricevetti l’illuminazione su tutta l’Opera, mentre leggevo quelle carte. Commosso, mi inginocchiai – ero solo nella mia stanza, tra una meditazione e l’altra – resi grazie al Signore, e ricordo con emozione il suono delle campane della parrocchia di Nostra Signora degli Angeli».


Che attività svolge la Prelatura dell’Opus Dei?

La prelatura dà formazione spirituale e cura pastorale ai propri fedeli e a tutte le persone che lo desiderano affinché – ciascuno nel proprio ambito nella Chiesa e nel mondo – conoscano e amino Dio, rendano testimonianza alla fede e cooperino a risolvere cristianamente i problemi della società.]]>
<![CDATA[I fedeli dell’Opus Dei]]> Chi fa parte dell’Opus Dei?

L’Opus Dei è formata da un Prelato, da un presbiterio o clero proprio e da laici, donne e uomini. Chi richiede l'incorporazione all'Opus Dei, lo fa per una chiamata divina, cioè una risposta specifica alla vocazione cristiana, ricevuta con il battesimo, che porta a cercare la santità in mezzo al mondo e a partecipare alla missione della Chiesa secondo lo spirito che il Signore ispirò a san Josemaría.

La chiamata divina all’Opus Dei è la stessa per tutti i suoi membri: donne e uomini, sposati e non, sacerdoti e laici, malati e sani, e delle più svariate condizioni sociali e professionali.

La maggior parte dei fedeli dell’Opus Dei (70%) è costituita da membri soprannumerari: uomini e donne, in genere sposati, per i quali la santificazione dei doveri familiari è il cardine della loro vita cristiana.

La rimanente parte – numerari e aggregati – vive il celibato come dono di Dio per motivi apostolici. Tale circostanza permette loro di essere pienamente disponibili per dedicarsi alle iniziative apostoliche e alla formazione degli altri fedeli dell’Opus Dei, senza modificare per nulla la loro condizione laicale, professionale, e il loro posto nella Chiesa e nella società.

Alcune delle numerarie, chiamate ausiliari, si dedicano – in modo prioritario (non esclusivo) e ordinario (non necessariamente sempre) – con il loro lavoro professionale alla cura domestica dei Centri dell’Opus Dei, affinché le attività apostoliche della Prelatura possano svilupparsi nell’ambiente proprio di una famiglia cristiana.

Ciascuno secondo le personali circostanze

Nell'Opus Dei non esistono categorie di membri, bensì un’unica e identica vocazione per cui tutti i fedeli della prelatura sono e si sentono in ugual modo membri di una stessa porzione del popolo di Dio, a seconda delle circostanze personali: sposati o non sposati, sani o malati, e così via: modi diversi per vivere la stessa vocazione cristiana.

“Grande ideale, veramente, il vostro – diceva il Papa Giovanni Paolo II nel 1979 –, che fin dagli inizi ha anticipato quella teologia del Laicato, che caratterizzò poi la Chiesa del Concilio e del post-concilio. Tale, infatti, è il messaggio e la spiritualità dell'Opus Dei: vivere uniti a Dio, nel mondo, in qualunque situazione, cercando di migliorare se stessi con l'aiuto della grazia, e facendo conoscere Gesù Cristo con la testimonianza della vita.”

Incorporarsi alla Prelatura dell’Opus Dei non presuppone alcun cambiamento della condizione personale. Restano invariati i diritti e i doveri che ciascuno ha in quanto membro della società civile e della Chiesa. "I laici incorporati nella prelatura non mutano la propria condizione personale, teologica e canonica, di normali fedeli laici, e come tali si comportano in tutto il loro agire".

I sacerdoti dell’Opus Dei

I sacerdoti della Prelatura provengono dai fedeli laici dell'Opus Dei: sono numerari e aggregati i quali, liberamente disponibili a essere sacerdoti dopo diversi anni di incorporazione alla Prelatura e dopo aver compiuto gli studi previ al sacerdozio, sono invitati dal Prelato a ricevere gli ordini sacri. Il loro lavoro pastorale è rivolto principalmente al servizio dei fedeli della Prelatura e delle attività apostoliche da loro promosse.

Quali impegni si prendono nell’Opus Dei?

L'incorporazione all'Opus Dei comporta, per la Prelatura, l'impegno di fornire un'assidua formazione nella fede cattolica e nello spirito dell'Opus Dei, come pure la necessaria cura pastorale ad opera dei suoi sacerdoti. Da parte loro, i fedeli della Prelatura si impegnano a santificarsi ed a fare apostolato secondo lo spirito dell'Opus Dei.

Ciò significa soprattutto il dovere di alimentare la vita spirituale attraverso i sacramenti, la preghiera, l’esame di coscienza, la lettura spirituale, e l’amicizia con la Vergine Santissima e gli Angeli custodi. Per identificarsi con Cristo, non rifiutano la penitenza che li porta ad offrire sacrifici e mortificazioni, specialmente quelli che aiutano a compiere fedelmente i propri doveri e che rendono la vita più gradevole agli altri, come la rinuncia a piccole soddisfazioni, il digiuno e l’elemosina.

I fedeli dell’Opus Dei ricevono attraverso i mezzi e le attività che la Prelatura offre, una formazione permanente nella dottrina della Chiesa e nello spirito dell’Opus Dei, per portare avanti il compito di evangelizzazione che la Chiesa si aspetta dall’Opus Dei.

Cosa offre l’Opus Dei?

La Prelatura fornisce ai suoi fedeli una formazione cristiana continua, attraverso alcuni mezzi concreti, compatibili con il normale compimento dei doveri familiari, professionali e sociali di ognuno. I mezzi di formazione della Prelatura aiutano i suoi fedeli a conquistare un’intensa e solida vita di pietà, quali figli di Dio, portandoli a cercare l'identificazione con Cristo, una profonda conoscenza della fede e della morale cattolica e, in linea con la propria vocazione, una crescente familiarità con lo spirito dell'Opus Dei.

In virtù del carattere esclusivamente spirituale della sua missione, la Prelatura non interviene mai nelle questioni temporali che i suoi fedeli devono affrontare: ognuno agisce in piena libertà e responsabilità personali. L'Opus Dei non fa proprie le decisioni dei suoi membri. Gli Statuti affermano che, per quanto riguarda l'attività professionale e i principi sociali, politici ecc., ogni fedele della Prelatura, nei limiti della dottrina cattolica sulla fede e sui costumi, gode della stessa piena libertà degli altri cittadini cattolici. In queste materie le autorità della Prelatura devono astenersi nel modo più assoluto anche solo dal darne consigli.

Alcuni dati

Secondo l’Annuario Pontificio del 2011, fanno parte della Prelatura dell’Opus Dei circa 90.000 persone, di cui circa 2.000 sacerdoti. Del totale dei fedeli, circa la metà è composta da donne e l’altra metà da uomini.]]>
<![CDATA[Santa Maria della Pace, un luogo di preghiera]]> Le sacre spoglie di San Josemaría Escrivá riposano a Roma, nella Chiesa di Santa Maria della Pace, dove molte persone si recano per chiedere il suo aiuto o ringraziarlo per la sua intercessione.

Foglietto informativo con mappa, in formato pdf

Avviso: Giovedì 27 luglio la Chiesa resterà chiusa per pulizie straordinarie. La Messa delle 8.30 sarà celebrata nella Cripta. Venerdì 28 luglio resterà invece chiusa la Cripta dalle 9.30 ale 14.

Il corpo di san Josemaria riposa in un’urna collocata sotto l’altare della Chiesa di Santa Maria della Pace. Milioni di persone in tutto il mondo ricorrono a San Josemaria per chiedere a Dio Nostro Signore grazie di qualsiasi tipo. E sono molti coloro che visitano la Chiesa Prelatizia per pregare o per ringraziare per le grazie ricevute attraverso la sua intercessione.

Il 31 dicembre del 1959, San Josemaría celebrò la prima Messa in Santa Maria della Pace, che in seguito all’erezione dell’Opus Dei come Prelatura personale diventò la Chiesa Prelatizia. La devozione di Mons. Escrivá alla Madonna è il motivo del titolo della chiesa e dell’immagine che la presiede, opera di Manuel Caballero.

L'altare è situato sotto un piccolo baldacchino, secondo la consuetudine di molte chiese romane. Nel vestibolo di entrata si trova una statua della Madonna, Madre del Bell'Amore. Nell'atrio c'è il fonte battesimale in cui San Josemaría fu battezzato il 13 gennaio 1902, donato dal Vescovo e dal Capitolo della Cattedrale di Barbastro, città natale del santo.

Nella cripta sono sepolti i primi due Vescovi successori di San Josemaría alla guida dell’Opus Dei: il Beato Álvaro del Portillo (1914-1994), e Mons. Javier Echevarría (1932-2016).

Nella stessa cappella è stata recentemente sepolta la prima numeraria ausiliare dell'Opus Dei, Dora del Hoyo.

Anche la sorella del Fondatore, Carmen Escrivá, è sepolta nella cripta, nella quale si trovano anche la Cappella del Santissimo e vari confessionali. San Josemaria predicó con instancabile zelo la necessità di ricorrere ai Sacramenti della Riconciliazione e dell’Eucarestia, doni di Dio ai suoi figli gli uomini, fonte di pace e di allegria perenni.


“La Madonna - così l'invoca la Chiesa - è la Regina della pace. Per questo quando la tua anima, l'ambiente familiare o professionale, la convivenza nella società o tra i popoli sono agitati, non cessare di acclamarla con questo titolo: “Regina pacis, ora pro nobis!” - Regina della pace, prega per noi! Hai provato, almeno, quando perdi la serenità?... - Ti sorprenderai della sua immediata efficacia”. (San Josemaria Escrivá de Balaguer)


Orari di Santa Maria della Pace

Santa Maria della Pace, Chiesa Prelatizia dell'Opus Dei - Viale Bruno Buozzi, 75 - 00197 Roma
Telefono 06-808961

Apertura:
Tutti i giorni dalle 8.30 alle 20.25
(dalle 14.00 alle 17.00, entrata da Via di Villa Sacchetti, 36)


Sante Messe:
Tutti i giorni alle ore 8.30, 12.00 e 19:30*.

*La Santa Messa dalle 19.30 non si celebrerà durante i mesi di luglio ed agosto.


Confessioni:
In italiano, inglese, francese, tedesco, spagnolo e portoghese.

Se un gruppo vuole avvisare in anticipo del suo arrivo o un sacerdote desidera celebrare la santa Messa, può chiamare il numero 06-808961.


Per accedere a Santa Maria della Pace, come nelle altre chiese romane, si deve vestire dignitosamente: la consuetudine locale richiede ginocchia e spalle coperte.


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<![CDATA[San Josemaría e gli Arcangeli]]> Giovedì 6 ottobre 1932, mentre faceva orazione nella cappella di S. Giovanni della Croce, durante il suo ritiro spirituale nel convento dei Carmelitani Scalzi di Segovia, San Josemaría ebbe la mozione interiore di invocare per la prima volta i tre Arcangeli e i tre Apostoli: S. Michele, S. Gabriele e S. Raffaele; S. Pietro, S. Paolo e S. Giovanni. Da quel momento li considerò Patroni dei diversi campi apostolici che compongono l'Opus Dei.

Sotto la protezione di S. Raffaele sarebbe stato messo il lavoro di formazione cristiana della gioventù. La formazione dei membri dell'Opus Dei che avevano accolto una vocazione al celibato in mezzo al mondo sarebbe stata affidata a San Michele e all'apostolo San Pietro.
Quanto ai padri e madri di famiglia che avessero partecipato alle attività apostoliche o entrassero a far parte dell'Opera, avrebbero avuto per Patrono S. Gabriele.

Tutte le future attività dell'Opus Dei sarebbero entrate in una di queste tre opere, che Escrivá avrebbe chiamato di San Raffaele, di San Michele di San Gabriele. Aveva pensato di fondare un'associazione per persone giovani, ma concluse che sarebbe stato meglio non formare nessuna associazione, ma semplicemente dare formazione alla gente giovane – per esempio mediante un'accademia come quella di Cicuéndez, dove faceva lezione. Durante il ritiro si confermò in questa convinzione.

Ne frequentavano gli apostolati persone differenti per stato civile, professione, età e altre circostanze personali. Tra di loro e l'Opera non esisteva alcun legame giuridico, ma dei doveri di servizio e di fedeltà accettati liberamente, di buona voglia, fino a dove arrivava la risposta generosa alla vocazione divina. Accanto a questa disorganizzazione stavano i compiti apostolici, articolati sotto l’invocazione dei tre Arcangeli e con la coesione interna propria dello spirito dell'Opera, il cui nocciolo consisteva nella santificazione del lavoro e nell'apostolato attraverso l'esercizio della professione.


Fonti: Coverdale, John F. La fundación del Opus Dei; Vázquez de Prada, Andrés, Il Fondatore dell'Opus Dei (I).
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<![CDATA[Gli Arcangeli Michele, Gabriele e Raffaele]]> Benedetto XVI, frammenti di un’omelia pronunciata il 29 settembre 2007

Celebriamo la festa dei tre Arcangeli che nella Scrittura sono menzionati per nome: Michele, Gabriele e Raffaele. Ma che cosa è un Angelo? La Sacra Scrittura e la tradizione della Chiesa ci lasciano scorgere due aspetti.

Da una parte, l’Angelo è una creatura che sta davanti a Dio, orientata con l’intero suo essere verso Dio. Tutti e tre i nomi degli Arcangeli finiscono con la parola "El", che significa "Dio". Dio è iscritto nei loro nomi, nella loro natura. La loro vera natura è l’esistenza in vista di Lui e per Lui.

Proprio così si spiega anche il secondo aspetto che caratterizza gli Angeli: essi sono messaggeri di Dio. Portano Dio agli uomini, aprono il cielo e così aprono la terra. Proprio perché sono presso Dio, possono essere anche molto vicini all’uomo. Dio, infatti, è più intimo a ciascuno di noi di quanto non lo siamo noi stessi.

Come un angelo per gli altri
Gli Angeli parlano all’uomo di ciò che costituisce il suo vero essere, di ciò che nella sua vita tanto spesso è coperto e sepolto. Essi lo chiamano a rientrare in se stesso, toccandolo da parte di Dio. In questo senso anche noi esseri umani dovremmo sempre di nuovo diventare angeli gli uni per gli altri – angeli che ci distolgono da vie sbagliate e ci orientano sempre di nuovo verso Dio.
Se la Chiesa antica chiama i Vescovi "angeli" della loro Chiesa, intende dire proprio questo: i Vescovi stessi devono essere uomini di Dio, devono vivere orientati verso Dio. "Multum orat pro populo" – "Prega molto per il popolo", dice il Breviario della Chiesa a proposito dei santi Vescovi. Il Vescovo deve essere un orante, uno che intercede per gli uomini presso Dio. Più lo fa, più comprende anche le persone che gli sono affidate e può diventare per loro un angelo – un messaggero di Dio, che le aiuta a trovare la loro vera natura, se stesse, e a vivere l’idea che Dio ha di loro.

San Michele: fare spazio a Dio nel mondo
Tutto ciò diventa ancora più chiaro se ora guardiamo le figure dei tre Arcangeli la cui festa la Chiesa celebra oggi. C’è innanzitutto Michele. Lo incontriamo nella Sacra Scrittura soprattutto nel Libro di Daniele, nella Lettera dell’Apostolo san Giuda Taddeo e nell’Apocalisse. Di questo Arcangelo si rendono evidenti in questi testi due funzioni. Egli difende la causa dell’unicità di Dio contro la presunzione del drago, del "serpente antico", come dice Giovanni. È il continuo tentativo del serpente di far credere agli uomini che Dio deve scomparire, affinché essi possano diventare grandi; che Dio ci ostacola nella nostra libertà e che perciò noi dobbiamo sbarazzarci di Lui.

Ma il drago non accusa solo Dio. L’Apocalisse lo chiama anche "l’accusatore dei nostri fratelli, colui che li accusa davanti a Dio giorno e notte" (12, 10). Chi accantona Dio, non rende grande l’uomo, ma gli toglie la sua dignità. Allora l’uomo diventa un prodotto mal riuscito dell’evoluzione. Chi accusa Dio, accusa anche l’uomo. La fede in Dio difende l’uomo in tutte le sue debolezze ed insufficienze: il fulgore di Dio risplende su ogni singolo.
È compito del cristiano di far spazio a Dio nel mondo contro le negazioni e di difendere così la grandezza dell’uomo. E che cosa si potrebbe dire e pensare di più grande sull’uomo del fatto che Dio stesso si è fatto uomo? L’altra funzione di Michele, secondo la Scrittura, è quella di protettore del Popolo di Dio (cfr Dn 10, 21; 12, 1). Cari amici, siate veramente "angeli custodi" delle Chiese che vi saranno affidate! Aiutate il Popolo di Dio, che dovete precedere nel suo pellegrinaggio, a trovare la gioia nella fede e ad imparare il discernimento degli spiriti: ad accogliere il bene e rifiutare il male, a rimanere e diventare sempre di più, in virtù della speranza della fede, persone che amano in comunione col Dio-Amore.

San Gabriele: Dio che chiama
Incontriamo l’Arcangelo Gabriele soprattutto nel prezioso racconto dell’annuncio a Maria dell’incarnazione di Dio, come ce lo riferisce san Luca (1, 26 – 38). Gabriele è il messaggero dell’incarnazione di Dio. Egli bussa alla porta di Maria e, per suo tramite, Dio stesso chiede a Maria il suo "sì" alla proposta di diventare la Madre del Redentore: di dare la sua carne umana al Verbo eterno di Dio, al Figlio di Dio.

Ripetutamente il Signore bussa alle porte del cuore umano. Nell’Apocalisse dice all’"angelo" della Chiesa di Laodicea e, attraverso di lui, agli uomini di tutti i tempi: "Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me" (3, 20). Il Signore sta alla porta – alla porta del mondo e alla porta di ogni singolo cuore. Egli bussa per essere fatto entrare: l’incarnazione di Dio, il suo farsi carne deve continuare sino alla fine dei tempi.

Tutti devono essere riuniti in Cristo in un solo corpo: questo ci dicono i grandi inni su Cristo nella Lettera agli Efesini e in quella ai Colossesi. Cristo bussa. Anche oggi Egli ha bisogno di persone che, per così dire, gli mettono a disposizione la propria carne, che gli donano la materia del mondo e della loro vita, servendo così all’unificazione tra Dio e il mondo, alla riconciliazione dell’universo.

Cari amici, è vostro compito bussare in nome di Cristo ai cuori degli uomini. Entrando voi stessi in unione con Cristo, potrete anche assumere la funzione di Gabriele: portare la chiamata di Cristo agli uomini.

San Raffaele: recuperare la vista
San Raffaele ci viene presentato soprattutto nel Libro di Tobia come l’Angelo a cui è affidata la mansione di guarire. Quando Gesù invia i suoi discepoli in missione, al compito dell’annuncio del Vangelo vien sempre collegato anche quello di guarire. Il buon Samaritano, accogliendo e guarendo la persona ferita giacente al margine della strada, diventa senza parole un testimone dell’amore di Dio. Quest’uomo ferito, bisognoso di essere guarito, siamo tutti noi. Annunciare il Vangelo, significa già di per sé guarire, perché l’uomo necessita soprattutto della verità e dell’amore.

Dell’Arcangelo Raffaele si riferiscono nel Libro di Tobia due compiti emblematici di guarigione. Egli guarisce la comunione disturbata tra uomo e donna. Guarisce il loro amore. Scaccia i demoni che, sempre di nuovo, stracciano e distruggono il loro amore. Purifica l’atmosfera tra i due e dona loro la capacità di accogliersi a vicenda per sempre. Nel racconto di Tobia questa guarigione viene riferita con immagini leggendarie.

Nel Nuovo Testamento, l’ordine del matrimonio, stabilito nella creazione e minacciato in modo molteplice dal peccato, viene guarito dal fatto che Cristo lo accoglie nel suo amore redentore. Egli fa del matrimonio un sacramento: il suo amore, salito per noi sulla croce, è la forza risanatrice che, in tutte le confusioni, dona la capacità della riconciliazione, purifica l’atmosfera e guarisce le ferite. Al sacerdote è affidato il compito di condurre gli uomini sempre di nuovo incontro alla forza riconciliatrice dell’amore di Cristo. Deve essere "l’angelo" risanatore che li aiuta ad ancorare il loro amore al sacramento e a viverlo con impegno sempre rinnovato a partire da esso.

In secondo luogo, il Libro di Tobia parla della guarigione degli occhi ciechi. Sappiamo tutti quanto oggi siamo minacciati dalla cecità per Dio. Quanto grande è il pericolo che, di fronte a tutto ciò che sulle cose materiali sappiamo e con esse siamo in grado di fare, diventiamo ciechi per la luce di Dio.
Guarire questa cecità mediante il messaggio della fede e la testimonianza dell’amore, è il servizio di Raffaele affidato giorno per giorno al sacerdote e in modo speciale al Vescovo. Così, spontaneamente siamo portati a pensare anche al sacramento della Riconciliazione, al sacramento della Penitenza che, nel senso più profondo della parola, è un sacramento di guarigione. La vera ferita dell’anima, infatti, il motivo di tutte le altre nostre ferite, è il peccato. E solo se esiste un perdono in virtù della potenza di Dio, in virtù della potenza dell’amore di Cristo, possiamo essere guariti, possiamo essere redenti.

"Rimanete nel mio amore", ci dice oggi il Signore nel Vangelo (Gv 15, 9). Rimanete in quell’amicizia con Lui piena di amore che Egli in quest’ora vi dona di nuovo! Allora la vostra vita porterà frutto – un frutto che rimane (Gv 15, 16).


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<![CDATA[Appartamenti]]> <![CDATA[Cercavo un lavoro fisso]]> <![CDATA[Aiuto nello studio]]> <![CDATA[Come ricevere bene Gesù nell'Eucaristia?]]> "Cari amici, non ringrazieremo mai abbastanza il Signore per il dono che ci ha fatto con l’Eucaristia! E' un dono tanto grande e per questo è tanto importante andare a Messa la domenica. Andare a Messa non solo per pregare, ma per ricevere la Comunione, questo pane che è il corpo di Gesù Cristo che ci salva, ci perdona, ci unisce al Padre. E' bello fare questo!" Papa Francesco, Udienza 5 febbraio 2014.



1. Che cosa vuol dire ricevere la Comunione o Eucaristia? Chi può comunicarsi?
Ricevere la Comunione o Eucaristia è ricevere lo stesso Cristo, il figlio di Dio vivo, che è presente sotto le specie sacramentali.
Nel Santissimo Sacramento dell'Eucaristia "è contenuto veramente, realmente, sostanzialmente il Corpo e il Sangue di nostro Signore Gesù Cristo, con l'anima e la divinità e, quindi, il Cristo tutto intero". Tale presenza si dice "reale" non per esclusione, quasi che le altre non siano "reali", ma per antonomasia, perché è sostanziale, e in forza di essa Cristo, Dio e uomo, tutto intero si fa presente quando ci comunichiamo.

Per questo, per ricevere Cristo nella Comunione Eucaristica è necessario essere battezzati e in stato di grazia. Chi è consapevole di aver commesso un peccato mortale, cioè di avere offeso Dio in materia grave, con piena avvertenza, non deve accostarsi all'Eucaristia senza chiedere perdono e avere ricevuto prima l'assoluzione nel Sacramento della Penitenza.
(Cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica, 1374, 1385)

Contemplare il mistero
Stiamo per ricevere il Signore. Le accoglienze riservate a personaggi autorevoli della terra sono caratterizzate da un grande apparato di luci, musica e abiti eleganti. Per accogliere Cristo nella nostra anima, come dobbiamo prepararci? Abbiamo mai pensato come ci comporteremmo se si potesse ricevere la comunione una sola volta nella vita?
Quand'ero bambino la pratica della comunione frequente non era ancora molto estesa. Ricordo come ci si preparava alla comunione: con grande cura per disporsi bene nell'anima e nel corpo. Il miglior vestito, i capelli ben pettinati, il corpo anche materialmente pulito e magari con un po' di profumo... Erano delicatezze proprie di innamorati, di anime forti e delicate, che sanno contraccambiare Amore con amore.
È Gesù che passa, 91

Gesù è rimasto nell'Eucaristia per amore..., per te.
— È rimasto, pur sapendo come l'avrebbero ricevuto gli uomini..., e come lo ricevi tu.
— È rimasto, affinché te ne cibi, affinché tu gli faccia visita e gli racconti le tue cose e, frequentandolo nell'orazione accanto al Tabernacolo e nella ricezione del Sacramento, ti innamori ogni giorno di più, e faccia in modo che altre anime — molte! — seguano lo stesso cammino.
Forgia, 887

2. Perché è importante ricevere la Comunione?
Il Signore ci rivolge un invito pressante a riceverlo nel sacramento dell'Eucaristia: «In verità, in verità vi dico: se non mangiate la Carne del Figlio dell'uomo e non bevete il suo Sangue, non avrete in voi la vita» (Gv 6,53).

La Comunione accresce la nostra unione a Cristo. Ricevere l'Eucaristia nella Comunione reca come frutto principale l'unione intima con Cristo Gesù. Ciò che l'alimento materiale produce nella nostra vita fisica, la Comunione lo realizza in modo mirabile nella nostra vita spirituale. La Comunione alla Carne del Cristo risorto conserva, accresce e rinnova la vita di grazia ricevuta nel Battesimo. La crescita della vita cristiana richiede di essere alimentata dalla Comunione eucaristica, pane del nostro pellegrinaggio, fino al momento della morte, quando ci sarà data come viatico.

Inoltre la Comunione ci separa dal peccato. Il Corpo di Cristo che riceviamo nella Comunione è «dato per noi», e il Sangue che beviamo è «sparso per molti in remissione dei peccati». Come il cibo del corpo serve a restaurare le forze perdute, l'Eucaristia fortifica la carità che, nella vita di ogni giorno, tende ad indebolirsi; la carità così vivificata cancella i peccati veniali. Donandosi a noi, Cristo ravviva il nostro amore e ci rende capaci di troncare gli attaccamenti disordinati alle creature e di radicarci in lui.

Proprio per la carità che accende in noi, l'Eucaristia ci preserva in futuro dai peccati mortali. Quanto più partecipiamo alla vita di Cristo e progrediamo nella sua amicizia, tanto più ci è difficile separarci da lui con il peccato mortale. L'Eucaristia non è ordinata al perdono dei peccati mortali. Questo è proprio del sacramento della Riconciliazione. Il proprio dell'Eucaristia è invece di essere il sacramento di coloro che sono nella piena comunione della Chiesa, cioè coloro che sono in grazia di Dio.
Catechismo della Chiesa Cattolica, 1391-1395

Contemplare il mistero
Mentre distribuiva la Santa Comunione, quel sacerdote aveva voglia di gridare: ti sto dando la Felicità!
Forgia, 267

Le tue comunioni erano molto fredde: prestavi poca attenzione al Signore: per qualsiasi sciocchezza ti distraevi... — Però, da quando pensi — nel tuo intimo colloquio con Dio — che sono presenti gli Angeli, il tuo atteggiamento è cambiato...: «Che non mi vedano così!», ripeti a te stesso... — E guarda come, con la forza del «chissà che diranno» — questa volta, a fin di bene —, hai progredito un po’ verso l’Amore.
Solco, 694

3. Come bisogna prepararsi per ricevere la Comunione?
Per rispondere a questo invito dobbiamo prepararci a questo momento così grande e così santo. San Paolo esorta a un esame di coscienza: «Chiunque in modo indegno mangia il pane o beve il calice del Signore, sarà reo del corpo e del sangue del Signore. Ciascuno, pertanto, esamini se stesso e poi mangi di questo pane e beva di questo calice; perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna» (1 Cor 11,27-29). Chi è consapevole di aver commesso un peccato grave, deve ricevere il sacramento della Riconciliazione prima di accedere alla Comunione.

Davanti alla grandezza di questo sacramento, il fedele non può che fare sua con umiltà e fede ardente la supplica del centurione: (cfr Mt 8,8): «O Signore, non sono degno di partecipare alla tua mensa: ma di' soltanto una parola e io sarò salvato». Per prepararsi in modo conveniente a ricevere questo sacramento, i fedeli osserveranno il digiuno prescritto dalla Chiesa, che obbliga ad astenersi dal prendere qualunque alimento o bevanda , ad eccezione di acqua e medicine, almeno a partire da un'ora prima della Santa Comunione. L'atteggiamento del corpo (gesti, abiti) esprimerà il rispetto, la solennità, la gioia di questo momento in cui Cristo diventa nostro ospite.
Catechismo della Chiesa Cattolica, 1384-1389

Contemplare il mistero
Dobbiamo ricevere il Signore, nell'Eucaristia, come si ricevono i grandi della terra, anzi, meglio!: con ornamenti, luci, vestiti nuovi... — E se mi domandi che pulizia, che ornamenti e che luci devi avere, ti risponderò: pulizia nei tuoi sensi, uno per uno; ornamenti nelle tue facoltà, una per una; luce in tutta la tua anima.
Forgia, 834

Hai pensato qualche volta a come ti prepareresti per ricevere il Signore, se si potesse fare la Comunione una sola volta nella vita? — Siamo riconoscenti a Dio per la facilità che abbiamo di avvicinarci a Lui, ma... dobbiamo esprimere gratitudine preparandoci molto bene, per riceverlo.
Forgia, 828

4. Quando conviene fare la Comunione?
La Chiesa fa obbligo ai fedeli di partecipare alla Santa Messa la domenica e le feste e di ricevere almeno una volta all'anno l'Eucaristia, possibilmente nel tempo pasquale, preparati dal sacramento della Riconciliazione. La Chiesa tuttavia raccomanda vivamente ai fedeli di ricevere la santa Eucaristia la domenica e i giorni festivi, o ancora più spesso, anche tutti i giorni.
Catechismo della Chiesa Cattolica, 1389

Contemplare il mistero
Comùnicati. —Non è mancanza di rispetto. —Comùnicati proprio oggi, appena uscito da quel laccio. —Dimentichi che Gesù ha detto: il medico non è necessario ai sani, ma ai malati?
Cammino, 536

Ingigantisci la tua fede nella Sacra Eucaristia. Riémpiti di stupore davanti a questa ineffabile realtà!: abbiamo Dio con noi, possiamo riceverlo ogni giorno e, se lo vogliamo, parliamo intimamente con Lui, come si parla con l'amico, come si parla con il fratello, come si parla con il Padre, come si parla con l'Amore.
Forgia 268

5. Che cosa bisogna fare quando si è ricevuta la Comunione?
Dopo essersi comunicati, è consigliabile dedicare alcuni minuti per ringraziare Gesù per la sua presenza reale nelle nostre anime. È un dettaglio di rispetto e di amore. Ciascuno troverà il modo di ringraziare personalmente Dio per la possibilità di riceverlo.

Contemplare il mistero
Lo Spirito Santo non guida le anime in massa, ma in ciascuna infonde quei propositi, quegli affetti e quelle ispirazioni che l'aiuteranno a comprendere e a compiere la volontà del Padre. Penso tuttavia che, molte volte, oggetto fondamentale del nostro dialogo con Cristo può essere la considerazione che il Signore è per noi Re, Medico, Maestro, Amico.
È Gesù che passa, 92

È Re e desidera regnare nei nostri cuori di figli di Dio. Ma mettiamo da parte l'immagine che abbiamo dei regni della terra: Cristo non domina né cerca di imporsi, perché non è venuto per essere servito, ma per servire (Mt 20, 28). Suo regno è la pace, la gioia, la giustizia. Cristo, nostro re, non vuole da noi ragionamenti inutili, ma fatti, perché non chiunque mi dice: « Signore, Signore! » entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli (Mt 7, 21).
È Medico e cura il nostro egoismo quando lasciamo che la sua grazia penetri fino in fondo alla nostra anima. Gesù ci ha avvertiti che la malattia peggiore è l'ipocrisia, l'orgoglio che porta a dissimulare i propri peccati. Con il Medico è necessaria una sincerità assoluta, bisogna spiegare interamente la verità e dire: Domine, si vis, potes me mundare! (Mt 8, 2), Signore, se vuoi — e Tu vuoi sempre — puoi guarirmi. Tu conosci la mia fragilità; avverto questi sintomi, soffro queste debolezze. E gli mostriamo con semplicità le ferite, e il pus, se c'è pus. Signore, Tu che hai curato tante anime, fa' che, mentre ti porto nel mio cuore o ti contemplo nel Tabernacolo, ti riconosca come Medico divino.
È Maestro di una scienza che soltanto Lui possiede: quella dell'amore illimitato per Dio e, in Dio, per tutti gli uomini. Alla scuola di Cristo si impara che la nostra esistenza non ci appartiene: Egli ha dato la sua vita per tutti gli uomini, e noi, che lo seguiamo, dobbiamo comprendere che non possiamo appropriarci in modo egoistico della nostra, ignorando i dolori e le sofferenze degli altri. La nostra vita è di Dio e dobbiamo consumarla al suo servizio, preoccupandoci generosamente delle anime; dimostrando, con la parola e l'esempio, la profondità delle esigenze della vita cristiana.
Gesù aspetta che noi gli manifestiamo il desiderio di acquisire questa scienza, per dirci: Chi ha sete, venga a me e beva (Gv 7, 37). Gli rispondiamo: insegnaci a dimenticarci di noi stessi, per pensare a Te e a tutte le anime. Così il Signore ci porterà, con la sua grazia, sempre avanti, come quando facevamo i primi esercizi per imparare a scrivere — ricordate le aste che tracciavamo nella nostra infanzia sotto la guida della mano del maestro? — e così assaporeremo la gioia di manifestare la nostra fede, altro dono di Dio, anche per mezzo di un'autentica vita cristiana, nella quale tutti possano riconoscere chiaramente le meraviglie divine.
Egli è Amico; è l'Amico! Vos autem dixi amicos (Gv 15, 15). Ci chiama amici ed è stato Lui a fare il primo passo; ci ha amati per primo. Non impone tuttavia il suo amore: ce lo offre. Ce lo dimostra con il segno più evidente dell'amicizia: Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici (Gv 15, 13). Era amico di Lazzaro e pianse per lui, quando lo vide morto: e lo risuscitò. Se ci vede freddi, svogliati, forse con quella rigidità che è propria di una vita interiore che vien meno, il suo pianto sarà per noi vita: Io te lo comando, amico mio, alzati e cammina (cfr Gv 11, 43; Lc 5, 24), vieni fuori da questa vita angusta, che non è vita.
È Gesù che passa, 93]]>
<![CDATA[Che cosa significa "Credo in Dio Uno e Trino"?]]> Come è Dio? La Santissima Trinità è il mistero di Dio in se stesso, il mistero centrale della fede e della vita cristiana. Che cosa significa in pratica dire Credo in Dio Uno e Trino? Come distinguere e trattare ciascuna delle Tre Persone divine?

L’affermazione “Credo in Dio” è l’affermazione più importante: la fonte di tutte le altre verità sull'uomo e sul mondo e di tutta la vita di chi crede in Dio. Credere in Dio significa credere quello che Dio ha rivelato.

Dio, nella sua bontà e sapienza, si rivela all’uomo. Con eventi e parole rivela Se stesso e specialmente si è fatto conoscere attraverso il Verbo incarnato, suo Figlio Gesù Cristo, fatto Uomo, per aprire la strada che porta a godere definitivamente di Dio nel Cielo.

In pratica credere in Dio significa per l’uomo aderire a Dio stesso, confidando pienamente in Lui e prestando pieno assenso a tutte le verità da Lui rivelate, perché Dio è la Verità.

Significa credere in un solo Dio in tre persone: Padre, Figlio e Spirito Santo.

Contemplare il mistero

È necessario far sì che queste verità della nostra fede penetrino nella nostra anima fino a cambiare tutta la nostra vita. Dio ci ama! Sì, l'Onnipotente, Colui che può tutto, Colui che ha fatto il cielo e la terra.
Dio si prende cura anche delle piccole cose delle sue creature: le piccole cose vostre e mie; e ci chiama per nome, uno per uno (cfr Is 43, 1). Questa certezza, che scaturisce dalla fede, fa sì che vediamo tutto ciò che ci circonda sotto una luce nuova e che, pur restando ogni cosa uguale, ci rendiamo conto che tutto è diverso, perché tutto è espressione dell'amore di Dio.
La nostra vita si trasforma allora in continua preghiera, si riempie di buon umore e di pace inesauribili, diventa un atto di ringraziamento rinnovato in ogni istante. (È Gesù che passa, 144).

Dio è Uno e Trino. Un solo Dio e tre Persone divine: Padre, Figlio e Spirito Santo. La Santissima Trinità è il mistero di Dio in se stesso, il mistero centrale della fede e della vita cristiana. E’ la fonte di tutti gli altri misteri della fede; è la luce che li illumina.
Solo Dio è, da sempre e per sempre, colui che trascende il mondo e la storia. Egli è il creatore di tutte le cose, Colui che ha fatto cielo e terra. Egli è il Dio fedele, sempre vicino al suo popolo per salvarlo. Egli è il Santo per eccellenza, “ricco di misericordia” (Ef 2, 4), sempre disposto al perdono. Dio è l’Essere spirituale, trascendente, onnipotente, eterno, personale e perfetto. Egli è la verità e l’amore.

Contemplare il mistero

Scorrendo la Sacra Scrittura scoprirete costantemente la presenza della misericordia di Dio: essa riempie la terra (Sal 32, 5) e si estende a tutti i suoi figli, super omnem carnem (Sir 18, 12): ci circonda (Sal 31, 10), ci previene (Sal 58, 11), si moltiplica, per venirci in aiuto (Sal 35, 8), e costantemente viene riconfermata (Sal 116, 2). Dio, venendoci incontro come Padre amoroso, ci accoglie nella sua misericordia (Sal 24, 7): una misericordiasoave (Sal 108, 21), buona come le nuvole apportatrici di pioggia (Sir 35, 24).
Quanta sicurezza ci deve ispirare la misericordia del Signore! Invocherà da me aiuto e io ascolterò il suo grido, perché sono misericordioso (Es 22, 26). È un invito, una promessa che non mancherà di compiere. ( È Gesù che passa, n. 7)

Sembra che il mondo ti cada addosso. Intorno non si intravvede via d'uscita. Impossibile, questa volta, superare le difficoltà.
Allora, sei tornato a dimenticare che Dio è tuo Padre?: onnipotente, infinitamente sapiente, misericordioso. Egli non può inviarti niente di male. Ciò che ti preoccupa. in realtà ti conviene, anche se i tuoi occhi di carne adesso sono ciechi.
Omnia in bonum! Signore, ancora una volta e sempre si compia la tua sapientissima Volontà! (Via Crucis).

La fede cattolica è questa: che veneriamo un unico Dio nella Trinità e la Trinità nell'unità. Senza confondere le persone, e senza separare la sostanza. Una è infatti la persona del Padre, altra quella del Figlio, ed altra quella dello Spirito Santo. Ma Padre, Figlio e Spirito Santo sono una sola divinità, con uguale gloria e coeterna maestà. Non c’è che un solo Dio, il Padre onnipotente e il suo unico Figlio e lo Spirito Santo.

Contemplare il mistero

Il cuore sente il bisogno, allora, di distinguere le Persone divine e di adorarle a una a una. In un certo senso, questa scoperta che l'anima fa nella vita soprannaturale è simile a quella di un infante che apre gli occhi all'esistenza. L'anima si intrattiene amorosamente con il Padre, con il Figlio, con lo Spirito Santo; e si sottomette agevolmente all'attività del Paraclito vivificante, che ci viene dato senza nostro merito: i doni e le virtù soprannaturali! ! (Amici di Dio, 306)

Impara a lodare il Padre e il Figlio e lo Spirito Santo. Impara ad avere una speciale devozione alla Santissima Trinità: credo in Dio Padre, credo in Dio Figlio, credo in Dio Spirito Santo; spero in Dio Padre, spero in Dio Figlio, spero in Dio Spirito Santo; amo Dio Padre, amo Dio Figlio, amo Dio Spirito Santo. Credo, spero, amo la Trinità Beatissima.
— Questa devozione è necessaria come un esercizio soprannaturale dell'anima, che si esprime in atti del cuore, anche se non sempre si traduce in parole. (Forgia, 296).

Credere in Dio, l’Unico, comporta: conoscere la sua grandezza e maestà; vivere in rendimento di grazie; confidare sempre in Lui, anche nelle avversità; riconoscere l’unità e la vera dignità di tutti gli uomini, creati ad immagine di Dio; usare rettamente delle cose da Lui create.

Contemplare il mistero

Questo è il grande ardimento della fede cristiana: proclamare il valore e la dignità della natura umana e affermare che, mediante la grazia che ci eleva all'ordine soprannaturale, siamo stati creati per conseguire la dignità di figli di Dio. Tanta audacia sarebbe davvero impossibile se non si basasse sul decreto di salvezza di Dio Padre e non fosse stata confermata dal sangue di Cristo, e riaffermata e resa possibile dall'azione incessante dello Spirito Santo. Santo (È Gesù che passa, 133).


La fede, dono gratuito di Dio, accessibile a quanti la chiedono umilmente, è la virtù soprannaturale necessaria per salvarsi. L’atto di fede è un atto umano, cioè un atto dell’intelligenza dell’uomo, il quale, sotto la spinta della volontà mossa da Dio, assente liberamente alla verità divina. Inoltre, la fede è certa, perché si fonda sulla Parola di Dio; “si rende operosa per mezzo della carità” (Gal 5, 6); è in continua crescita, grazie, soprattutto, all’ascolto della Parola di Dio e all’orazione. Ci fa pregustare fin da ora la gioia del cielo.

Contemplare il mistero

La storia non è sottomessa a forze cieche né è il risultato del caso, ma è la manifestazione delle misericordie di Dio Padre. I pensieri di Dio sono al di sopra dei nostri pensieri, dice la Scrittura, per questo confidare nel Signore vuol dire avere fede nonostante tutto, andando oltre le apparenze. La carità di Dio –che ci ama eternamente- sta dietro ogni avvenimento, anche se a volte in modo nascosto per noi.
Quando il cristiano vive di fede –una fede che non sia solo parole, ma realtà di orazione personale-, la certezza dell’amore divino si manifesta nell’allegria, nella libertà interiore. Questi lacci che a volte attanagliano il cuore, questi appesantimenti che schiacciano l’anima, si rompono e scompaiono. Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? E il sorriso viene subito alle labbra. Un figlio di Dio, un cristiano che viva vita di fede, può soffrire e piangere: può avere motivi di soffrire; ma, di essere triste, no. (Las riquezas de la fe).


Per saperne di più:
Catechismo della Chiesa Cattolica: Dio Padre, Dio Figlio e Dio Spírito Santo
Catechismo della Chiesa Cattolica, Compendio
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<![CDATA[24.10.1942]]> “Le contrarietà, portate avanti per amore di Dio, portano sempre accanto, la fecondità”, scrive.]]> <![CDATA[Come nacque l’Opus Dei]]> San Josemaría ricorda le date fondazionali dell’Opus Dei: il 2 ottobre 1928, il 14 febbraio 1930 e il 14 febbraio 1943.]]> <![CDATA[Il Twitter di san Josemaria]]> Tweet di @SJosemariait !function(d,s,id){var js,fjs=d.getElementsByTagName(s)[0],p=/^http:/.test(d.location)?'http':'https';if(!d.getElementById(id)){js=d.createElement(s);js.id=id;js.src=p+"://platform.twitter.com/widgets.js";fjs.parentNode.insertBefore(js,fjs);}}(document,"script","twitter-wjs");]]> <![CDATA[Il messaggio di San Josemaría ]]> Video sull'Opus Dei e il suo fondatore. Inizia con la voce di San Giovanni Paolo II il giorno della Beatificazione di Josemaría Escrivá de Balaguer, il 17 maggio 1992, e presenta sequenze inedite della Messa celebrata da san Josemaría nel Campus dell'Università di Navarra nel 1967.]]>