San Josemaria Escrivá. Fondatore dell'Opus Dei
 

Gerusalemme: nell'intimità del Cenacolo

Tracce della nostra fede

Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine (Gv 13,1). Queste parole solenni di San Giovanni, che risuonano con familiarità ai nostri orecchi, ci introducono nell'intimità del Cenacolo.

"Dove vuoi che andiamo a preparare perché tu possa mangiare la Pasqua?" (Mc 14,12), avevano domandato i discepoli. «Andate in città - aveva risposto il Signore - e vi verrà incontro un uomo con una brocca d'acqua; seguitelo e là dove entrerà dite al padrone di casa: "Il Maestro dice: Dov'è la mia stanza, perché io vi possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?" Egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala con i tappeti, già pronta; là preparate per noi» (Mc 14,13-15).

Conosciamo gli avvenimenti che accaddero successivamente, durante l'Ultima Cena del Signore con i suoi discepoli: l'istituzione dell'Eucaristia e degli Apostoli come sacerdoti della Nuova Alleanza; la discussione tra di essi su chi fosse il più grande; l'annuncio del tradimento di Giuda, dell'abbandono dei discepoli e del rinnegamento di Pietro; l'insegnamento del comandamento nuovo e la lavanda dei piedi; il discorso di addio e la preghiera sacerdotale di Gesù…

Il Cenacolo sarebbe già degno di venerazione solo per quello che avvenne tra le sue pareti quella notte, ma inoltre lì il Signore risorto apparve in due occasioni agli Apostoli, che vi si erano nascosti dentro con le porte chiuse per paura dei Giudei (Cfr. Gv 20, 19-29); la seconda volta, Tommaso rettificò la sua incredulità con un atto di fede nella divinità di Gesù: Signore mio e Dio mio! (Gv 20,28). Gli Atti degli Apostoli ci hanno trasmesso anche che la Chiesa, al suo inizio, si riuniva nel Cenacolo, dove vivevano Pietro e Giovanni, Giacomo e Andrea, Filippo e Tommaso, Bartolomeo e Matteo, Giacomo di Alfeo e Simone lo Zelòta e Giuda di Giacomo. Tutti questi erano assidui e concordi nella preghiera, insieme con alcune donne e con Maria, la madre di Gesù e con i fratelli di Lui (At 1,13-14). In quella sala il giorno di Pentecoste ricevettero lo Spirito Santo, che li spinse ad andare e predicare la buona novella.

Gli evangelisti non riportano dati che permettano di identificare questo luogo, però la tradizione lo situa nell'estremo sud occidentale di Gerusalemme, su una collina che cominciò a chiamarsi Sion solo in epoca cristiana. Originariamente, questo nome era stato applicato alla fortezza gebusea conquistata da Davide; poi al Monte del Tempio, dove si custodiva l'Arca dell'Alleanza; e più tardi, nei Salmi e nei Libri Profetici della Bibbia, all'intera città e ai suoi abitanti; dopo l'esilio a Babilonia, il termine acquisì un significato escatologico e messianico, per indicare l'origine della nostra salvezza. Raccogliendo questo significato spirituale, quando il Tempio fu distrutto nell'anno 70, la prima comunità cristiana assegnò questo nome al monte dove si trovava il Cenacolo, per la sua relazione con la nascita della Chiesa.

Riceviamo la testimonianza di questa tradizione attraverso San Epifanio di Salamina, che visse alla fine del IV secolo, fu monaco in Palestina e vescovo a Cipro. Egli racconta che l'imperatore Adriano, quando andò in oriente nel 138, «trovò Gerusalemme completamente diroccata e il tempio di Dio distrutto e profanato, ad eccezione di pochi edifici e di quella piccola chiesa dei cristiani, che si trovava nel luogo del Cenacolo, dove i discepoli salirono dopo essere ritornati dal Monte degli Ulivi, dopo che il Salvatore ascese ai cieli. Era costruita nella zona di Sion che sopravvisse alla città, con alcuni edifici vicini a Sion e sette sinagoghe, che rimasero sul monte come capanne; pare che solo una di queste si sia conservata fino all'epoca del vescovo Massimo e dell'imperatore Costantino» (San Epifanio di Salamina, De mensuris et ponderibus, 14).

Questa testimonianza coincide con altre del IV secolo: quella trasmessa da Eusebio di Cesarea, che elenca 29 vescovi con sede a Sion dall'era apostolica fino al suo tempo; il pellegrino anonimo di Bordeaux, che vide l'ultima delle sette sinagoghe; San Cirillo di Gerusalemme, che si riferisce alla chiesa superiore dove si ricordava la venuta dello Spirito Santo; e la pellegrina Egeria, che descrive una liturgia celebrata lì in memoria delle apparizioni del Signore risorto.

Da diverse fonti storiche, liturgiche e archeologiche, sappiamo che durante la seconda metà del IV secolo la piccola chiesa fu sostituita da una grande basilica, chiamata Santa Sion e considerata la madre di tutte le chiese. Oltre al Cenacolo, includeva il luogo della Dormizione della Vergine, che la tradizione collocava in un'abitazione vicina; conservava anche la colonna della flagellazione e le reliquie di Santo Stefano, e il 26 dicembre lì si commemoravano il re Davide e Giacomo, il primo vescovo di Gerusalemme. Si conosce poco della pianta di questo tempio, che fu incendiato dai persiani nel VII secolo, restaurato successivamente e di nuovo danneggiato dagli arabi.

I crociati
Quando i crociati arrivarono in Terrasanta, nel XII secolo, ricostruirono la basilica e la chiamarono Santa Maria del Monte Sion. Nella navata sud della chiesa c'era il Cenacolo, che continuava ad avere due piani, ciascuno diviso in due cappelle: nel piano superiore quelle dedicate all'istituzione dell'Eucaristia e alla discesa dello Spirito Santo; in quella inferiore quelle della lavanda dei piedi e delle apparizioni di Gesù risorto. In questo piano fu collocato un cenotafio – monumento funerario nel quale non c'è il cadavere del personaggio cui è dedicato – in onore di Davide. Quando la Città Santa fu riconquistata da Saladino nel 1187, la basilica non soffrì danni, e furono anche permessi i pellegrinaggi e il culto. Tuttavia questa situazione non durò molto: nel 1244 la chiesa fu definitivamente distrutta e si salvò solo il Cenacolo, i cui resti sono arrivati fino a noi.

La sala gotica attuale risale al XIV secolo e si deve al restauro realizzato dai francescani, i padroni legittimi dal 1342. I frati si erano fatti carico del santuario sette anni prima e avevano costruito un convento vicino al lato sud. Nel 1342, per bolla papale, fu costituita la Custodia di Terra Santa, alla quale la proprietà del Santo Sepolcro e del Cenacolo fu ceduta dai re di Napoli, che a loro volta l'avevano acquisita dal Sultano di Egitto. Non senza difficoltà, i francescani abitarono in Sion per più di due secoli, fino a che furono espulsi dall'autorità turca nel 1551. Già prima, nel 1524, era stato loro usurpato il Cenacolo, che fu convertito in moschea con la scusa che lì si riteneva sepolto il re Davide, considerato profeta dai musulmani. Così rimase fino al 1948, quando passò nelle mani dello Stato d'Israele, che lo amministra tuttora.

Al Cenacolo si accede attraverso un edificio annesso, salendo alcune scale interne e attraversando una terrazza a cielo aperto. Si tratta di una sala di circa 15 metri di lunghezza e 10 di larghezza, praticamente priva di ornamenti e mobili. Vari pilastri alle pareti e due colonne al centro, con capitelli antichi riutilizzati, sostengono un tetto a volta. Negli archivolti restano resti di rilievi con figure di animali; in particolare, si riconosce un agnello.

Alcune aggiunte sono evidenti, come la costruzione fatta nel 1920 per la preghiera islamica nella parete centrale, che chiude una delle tre finestre, o un baldacchino di epoca turca sulla scala che porta al piano inferiore; questo baldacchino si appoggia su una piccola colonna il cui capitello è cristiano, perché adornato col motivo eucaristico del pellicano che alimenta i suoi figli. La parete di sinistra conserva parti che risalgono all'era bizantina; attraverso una scala e una porta, si sale alla piccola sala dove si ricorda la discesa dello Spirito Santo. Sul lato opposto all'entrata c'è un'uscita verso un altro balcone, che comunica a sua volta con la terrazza e guarda sul chiostro del convento francescano del XIV secolo.

Attualmente non è possibile il culto nel Cenacolo. Solo il Beato Giovanni Paolo II ebbe il privilegio di celebrare la Santa Messa in questa sala, il 23 marzo del 2000. Quando Benedetto XVI andò in Terrasanta nel maggio del 2009, pregò lì il Regina Coeli insieme agli Ordinari del luogo. A causa dell'esistenza del cenotafio in onore di Davide, venerato come la tomba del re biblico, molti ebrei accorrono al piano inferiore per pregare davanti a questo monumento.

La presenza cristiana sul Monte Sion sopravvive nella Basilica della Dormizione della Vergine – che include un'abbazia benedettina – e il convento di San Francesco. La prima fu costruita nel 1910 sopra dei terreni ottenuti da Guglielmo II, imperatore di Germania; la cupola del santuario, con un tamburo molto slanciato, si distingue da molti punti della città. Nel convento francescano, fondato nel 1936, si trova il Cenacolino o Chiesa del Cenacolo, il luogo di culto più vicino alla sala dell'Ultima Cena.

Che cosa distingue questa sera dalle altre sere?
Osservate adesso un'altra scena: il Maestro è riunito con i suoi discepoli, nell'intimità del Cenacolo. Mentre si avvicina il momento della Passione, il Cuore di Cristo, circondato da coloro che ama, manda ineffabili bagliori di fiamma (Amici di Dio, 222). Aveva desiderato ardentemente che arrivasse questa Pasqua (Cfr. Lc 22, 15), la più importante delle feste annuali di Israele, nella quale si riviveva la liberazione dalla schiavitù in Egitto. Era unita a un'altra celebrazione, quella degli azzimi, il ricordo dei pani senza lievito che il popolo dovette prendere durante la sua fuga precipitosa dal paese del Nilo. Anche se la cerimonia principale di quelle feste consisteva in una cena familiare, questa aveva un carattere religioso forte: «era memoria del passato ma, nello stesso tempo, anche memoria profetica, ossia annuncio di una liberazione futura» (Benedetto XVI, Esort. apost. Sacramentum Caritatis, 10).

Durante questa celebrazione, il momento decisivo era il racconto della Pasqua o Haggadah Pasquale. Iniziava con una domanda del più giovane dei figli al padre:
- Che cosa distingue questa sera dalle altre sere?
La risposta dava occasione di raccontare dettagliatamente la fuga dall'Egitto. Il capofamiglia prendeva la parola in prima persona, per simbolizzare che quei fatti non solo si ricordavano, ma si rendevano presenti nel rito. Alla fine s'intonava un grande cantico di lode, composto dai salmi 113 e 114, e si beveva una coppa di vino, detta della Haggadah. Poi si benediceva la tavola, cominciando dal pane azzimo. Chi presiedeva lo prendeva e ne dava un pezzo a ciascuno con la carne dell'agnello.

Finita la cena, si ritiravano i piatti e tutti si lavavano le mani per continuare il dopocena. La conclusione solenne si cominciava servendo il calice della benedizione, una coppa che conteneva vino mescolato con acqua. Prima di berlo, colui che presiedeva la celebrazione, in piedi, recitava un lungo ringraziamento.

Celebrando l'Ultima Cena con i suoi Apostoli durante un banchetto pasquale, Gesù ha dato alla Pasqua ebraica il suo significato definitivo. Infatti, la nuova Pasqua, il passaggio di Gesù al Padre attraverso la sua morte e la sua risurrezione, è anticipata nella Cena e celebrata nell'Eucaristia, che porta a compimento la Pasqua ebraica e anticipa la Pasqua finale della Chiesa nella gloria del Regno (Catechismo della Chiesa Cattolica, 1340).

Era di notte quando il Signore, nell'Ultima Cena, istituì la Sacra Eucaristia (...). Scendeva la notte sul mondo perché i vecchi riti, gli antichi segni della misericordia infinita di Dio verso l'umanità stavano per realizzarsi pienamente, aprendo il cammino a una vera aurora, la nuova Pasqua. L'Eucaristia fu istituita nella notte, in preparazione all'alba della Risurrezione (È Gesù che passa, 155).

Nell'intimità del Cenacolo, Gesù fece qualcosa di sorprendente, totalmente inedito: preso un pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo:
"Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di me" (Lc 22, 19).
Le sue parole esprimono una radicale novità di questa cena rispetto alle precedenti celebrazioni pasquali. Quando passò ai suoi discepoli il pane azzimo, non diede loro pane, ma una realtà diversa: questo è il mio corpo. «Nel pane spezzato, il Signore distribuisce se stesso (...) Ringraziando e benedicendo, Gesù trasforma il pane, non dà più pane terreno, ma la comunione con se stesso» (Benedetto XVI, Omelia della Messa nella Cena del Signore, 9-IV-2009). E nel momento in cui istituì l'Eucaristia, donò agli Apostoli il potere di perpetuarla, per mezzo del sacerdozio.

Anche con il calice Gesù fece qualcosa di importanza singolare: Allo stesso modo dopo aver cenato, prese il calice dicendo: "Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che viene versato per voi"(Lc 22, 20).

Davanti a questo mistero, il Beato Giovanni Paolo II diceva: "Che cosa Gesù poteva fare di più per noi? Davvero, nell'Eucaristia, ci mostra un amore che va fino «all'estremo» (cfr. Gv 13,1), un amore che non conosce misura. Questo aspetto di carità universale del Sacramento eucaristico è fondato sulle parole stesse del Salvatore. Istituendolo, egli non si limitò a dire «Questo è il mio corpo», «questo è il mio sangue», ma aggiunse «dato per voi...versato per voi» (Lc 22,19-20). Non affermò soltanto che ciò che dava loro da mangiare e da bere era il suo corpo e il suo sangue, ma ne espresse altresì il valore sacrificale, rendendo presente in modo sacramentale il suo sacrificio, che si sarebbe compiuto sulla Croce alcune ore dopo per la salvezza di tutti" (Beato Giovanni Paolo II, Lett. enc. Ecclesia de Eucharistia, 17-IV-2003, 11-12).

Benedetto XVI, rivolgendosi agli Ordinari di Terra Santa nello stesso luogo dell'Ultima Cena, insegnava: «Nel Cenacolo il mistero di grazia e di salvezza, del quale siamo destinatari ed anche araldi e ministri, può essere espresso solamente in termini di amore (Benedetto XVI, Preghiera del Regina Coeli con gli Ordinari di Terra Santa): quello di Dio, che ci ha amato per primo ed è rimasto realmente presente nell'Eucaristia, e quello della nostra risposta, che ci porta a donarci generosamente al Signore e agli altri.

Davanti a Gesù Sacramentato — come mi piace fare un atto di fede esplicita nella presenza reale del Signore nell'Eucaristia! —, alimentate nei vostri cuori il desiderio di trasmettere, con la vostra orazione, un impulso pieno di fortezza che giunga in ogni luogo della terra, fino all'ultimo angolino del pianeta dove ci sia una persona che spende generosamente la sua vita al servizio di Dio e delle anime (Amici di Dio, 154).

Link di interesse

Pagina Web della Custodia di Terra Santa sul Cenacolo


http://www.it.josemariaescriva.info/articolo/tracce-della-nostra-fede-gerusalemme-intimita-del-cenacolo