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Un fondatore senza fondamento

Vittorio Messori

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Tra le sorprese maggiori, quando si cerchi di capire che cosa sia l’Opus Dei, c’è lo scoprire che (se diamo retta agli interessati stessi) nessun uomo l’avrebbe, in senso proprio, fondato; né, dunque, progettato.

Esso “già c’era”, pensato e voluto ab aeterno da Dio stesso: il quale avrebbbe deciso – nei suoi progetti insondabili – di scegliere come strumento un oscuro pretino spagnolo di 26 anni perché rendesse concreta quella “idea” celeste, mettendo a disposizione la sua fatica, il suo sacrificio, la sua preghiera, la sua intelligenza. Insomma la sua disponibilità totale a partire da una data precisa: il mattinno del 2 ottobre1928.

Qui bisogna spiegare qualcosa a chi non conosca – o non ricordi – la dialettica cristiana, in particolare cattolica, per cercare, non si dice di accettare, ma almeno di capire la “pretesa” di quest’Opera.

Secondo quella prospettiva, dunque, il Dio della Bibbia non vuole fare da solo: liberamente, ha voluto avere bisogno degli uomini per realizzare la sua volontà nel mondo.

Tutta la Scrittura – l’Antico come il Nuovo Testamento – non è che la “storia di una salvezza” che il Creatore propone e realizza non senza ma con le sue creature. Tutto avrebbe potuto, ovviamente, fare da solo, con un metaforico schioccare delle sue dita onnipotenti. E, invece, ha deciso di “lavorare” – per fare due nomi decisivi, dai quali poi tutto si dipana – prima insieme al pastore Abramo, per portare la sua rivelazione servendosi, per cominciare, del popolo d’Israele; e, poi, insieme al pescatore Simone, perché fosse “pietra” sulla quale edificare l’ekklesía, cioè il luogo di raduno dei chiamati nel nuovo Israele, non più limitato a un popolo ma esteso a tutti.

La storia dei santi – almeno nella prospettiva cattolica – non è che la storia di coloro che accettarono di essere collaboratori, prima ancora che strumenti, di Dio; che seppero dire “sì”, fino in fondo, alla misteriosa quanto gratuita proposta di partnership. Ed è per questo che la Chiesa cattolica propone quei “santi” come esempio a tutti i suoi fedeli, perché ciascuno è chiamato – ciascuno al suo livello e secondo le sue possibilità – a lavorare anch’egli con Dio, che lo chiama ad associarsi al suo progetto per il mondo.

“Sono un fundador sin fundamento (un fondatore senza fondamento)” ripeté più volte il futuro santo. E non solo per la consueta umiltà dei santi: “Io non volevo essere fondatore di nulla, meno che mai di ciò che poi si è chiamato Opus Dei”.

Ma proprio in questa “sorpresa” del protagonista umano sta la forza probabilmente inarrestabile di questa avventura la quale (sono ancora parole di Escrivá) “non è iniziata perché avessi fatto degli studi, delle ricerche; perché – dunque – mi fossi reso conto che c’erano problemi cui cercare di dare risposta nella Chiesa spagnola – o anche universale – di quel tempo. No, io non ho progettato né programmato un bel niente”.

È in questo clima non segnato di certo da sovraeccitazione misticheggiante che, nel 1928, si arriva a quel 2 ottobre che – da allora – è ricordato e festeggiato dai membri dell’Opus Dei di tutto il mondo: più che come l’anniversario di una fondazione, come la rivelazione di un progetto divino che da quel giorno Dio decise di concretizzare. Il progetto di uno “strumento di santificazione” venuto dalle profondità insondabili dell’eternità e destinato a durare quanto la Chiesa: sino alla fine dei secoli, sino a quel termine della storia, per il quale la fede attende il ritorno del Cristo vittorioso e glorioso.

In quell’autunno del 1928, a guardarsi intorno, non vi erano i presupposti per un’opera come quella della “visione”, dalle dimensioni sconfinate e destinata a durare nel tempo. “Avevo 26 anni e non possedevo altro che la grazia di Dio e il buonumore”: così sintetizzerà il “bagaglio” di cui disponeva.

Il fondatore non stilò un “manifesto programmatico” per esporre – poniamo – la situazione del cristianesimo in generale, quella della Chiesa cattolica in particolare e le misure da prendere per promuoovere i laici…

Questa assenza di schemi ideologici, di progetti sulla carta; questa prevalenza della vita sulla teoria; questa consapevolezza che, più che inventare o creare, bisognava far crescere un seme, giorno dopo giorno, unendo l’amore all’esperienza: tutto questo mi è sembrato, da quel che ho visto, caratterizzare l’Opus Dei. Anzi, è forse il segreto del suo successo in un mondo – e oggi anche, purtroppo, in una Chiesa – che si affannano a stilare “documenti”, a convocare “riunioni di esperti”, a organizzare “dibattiti”, “simposi”, “convegni”, “sinodi”, a commissionare “inchieste sociologiche”.

La formazione anche dottrinale ricevuta nella Prelatura mira, innanzitutto, alla testimonianza della vita vissuta; e poi, appunto, alla “amicizia” e alla “confidenza” che nascono nell’ambito delle relazioni personali. Un apostolato, dunque, in gran parte “invisibile”: e si può capire che chi non ne conosce il senso possa scambiarlo per una strategia di nascondimento.

Ho trovato, in una vita di Escrivá, una frase forse più indicativa di quanto sospettasse lo stesso biografo. Il quale scrive di quell’uomo: “Anche a distanza di decenni, la sua memoria non falliva e gli consentiva di ricordare i particolari più minuti, specialmente quelli riguardanti le persone, le loro famiglie e gli avvenimenti domestici”.

C’è un motivo se le ultime parole della citazione le ho lasciate in corsivo. Probabilmente, la caratteristica più inquietante, più oscura degli ideologi e delle loro secrezioni intellettuali che caratterizzano – e così spesso hanno devastato e devastano – gli ultimi due secoli, è l’ossessione per i piani “generali”, cui fa riscontro la dimenticanza delle dimensioni “personali”. È l’attenzione spasmodica per le “idee”, unita al disprezzo per gli “individui”.

L’ideologo ricorda sì dei volti: ma solo quelli degli avversari e degli alleati, appunto, ideologici; ricorda dei nomi, ma solo quelli da mettere sotto le citazioni tratte da libri e giornali che servono alla sua “lotta”. Di certo non saprà ricordare – né si cura di farlo – “i particolari più minuti, specialmente quelli riguardanti le persone, le loro famiglie e gli avvenimenti domestici”.

Il fatto che questa fosse, al contrario, una caratteristica che il fondatore dell’Opus Dei ebbe e che cercò di non far dimenticare ai suoi, mi sembra un buon segno: dove ci sono astrattezza, fanatismo, disumanità, dove ci sono “intellettuali” e “ideologi”, nessuno si cura di “famiglie”, di “cose domestiche”. In una parola , di persone.

Probabilmente, c’è meno da temere di quanto non si creda da un’istituzione dove ci si ricorda di un onomastico di un nipote e ci si informa, con sincerità, della salute di tua zia indisposta.


Supplemento di Il Tempo, Roma, 6 ottobre 2002