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Amore per i poveri in San Josemaría

Martin Schlag

Tag: Carità, Famiglia Escrivá, Povertà, Laico, Temperanza, Distacco, Studia et Dcoumenta
Papa Francesco ha collocato l’amore per i poveri al centro della sua azione pastorale. Nella sua Esortazione apostolica Evangelii Gaudium (novembre 2013) incoraggia a inserire i poveri nell’economia di mercato aprendo loro la possibilità di procurarsi il necessario. Abbiamo bisogno di riforme strutturali che diano ai poveri la dignità di guadagnarsi il pane, dice Papa Francesco, «perché nel lavoro libero, creativo, partecipativo e solidale, l’essere umano esprime e accresce la dignità della sua vita» (EG, n. 192). Sono parole che trovano profonda risonanza negli scritti di san Josemaría, come sottolinea l'articolo di Martin Schlag "Amore per i poveri in San Josemaría", pubblicato nel n. 8 di Studia et Documenta, di cui riportiamo alcuni stralci.

Pochi temi suscitano tanta passione come quello della povertà socio-economica e della miseria materiale nella quale si trovano individui e ampi strati della società.
Molte tensioni sono nate intorno alla domanda sulla povertà: Come viverla? In che misura è necessaria un’assoluta carenza di possedimenti per vivere una «povertà» evangelica e identificarsi in questo modo con Cristo Gesù? E, in che misura un cristiano è obbligato a fare l’elemosina ai poveri? Solo con il superfluo? O anche con il necessario? Che cosa è il necessario?

Tutti questi interrogativi non sono questioni meramente accademiche, ma interessano la vita quotidiana del cristiano, cosciente che Cristo, nel Giudizio finale, ci giudicherà secondo le nostre opere, anche di amore e di misericordia.

San Josemaría ha trattato entrambi gli aspetti della povertà: quello socio-economico e quello ascetico-spirituale. Si può affermare che il fondatore dell’Opus Dei viveva e insegnava una «opzione preferenziale, ma non esclusiva, per i poveri», secondo la formulazione della Conferenza di Medellin, pur senza citarla, cosa che si spiega tenendo conto della confusione e dell’abuso che nel corso della sua vita si erano creati con queste espressioni nell’ambito della «teologia della liberazione».

Amore cristocentrico per i poveri
San Josemaría dedicò la sua vita ad aprire un cammino spirituale in mezzo al mondo per cristiani laici e sacerdoti secolari, di tutti gli ambienti sociali. Questa missione fondazionale implicava, fra molti altri aspetti, la necessità di evidenziare i modi di concepire la povertà più tipici della vita religiosa e non appropriati alla secolarità di un uomo o di una donna in mezzo al mondo, nella società, nella sua famiglia. La virtù della povertà riguarda qualsiasi cristiano battezzato. Ciò che varia è il modo di viverla, nel senso delle manifestazioni esterne, che non devono essere sempre le stesse. Per questo san Josemaría scrisse: «La vera povertà non consiste nel non avere, ma nell’essere distaccato: nel rinunciare volontariamente al dominio sulle cose. –Ecco perché vi sono dei poveri che in realtà sono ricchi. E viceversa» (Cammino, n. 632).

Vivere la virtù della povertà, il distacco dalle cose che si usano, significa per san Josemaría domandarsi: «In rapporto alla povertà e alle ricchezze, ho lo stesso spirito di Gesù, e i suoi stessi sentimenti?» (Forgia, n. 888). «Se siamo vicini a Cristo e seguiamo le sue orme, dobbiamo amare di tutto cuore la povertà, il distacco dai beni terreni, le privazioni» (Forgia, n. 997).

Imitare Cristo e amare la sua santa volontà è amare e vedere lui in tutte le persone, specialmente nei malati, nei bambini, nei poveri e nei disabili
Se l’amore al distacco deriva dal desiderio di imitare Cristo e di stare accanto a lui, con più forza occorre affermare lo stesso circa l’amore per i poveri. Imitare Cristo e amare la sua santa volontà è amare e vedere lui in tutte le persone, specialmente nei malati, nei bambini, nei poveri e nei disabili: «È proprio tra gli umili che egli sta più volentieri» (Solco, 228). Essere cristiano richiede «una visione chiara e una volontà decisa per poter agire secondo il volere di Dio» superando «i piccoli traguardi del prestigio o dell’ambizione o di altre finalità che possono sembrare più nobili, come la filantropia o la compassione davanti alle disgrazie altrui: è passare attraverso tutto questo, mirando al termine ultimo e radicale dell’amore che Cristo ha rivelato morendo per noi» (È Gesù che passa, n.98). Essere cristiano, pertanto, significa vedere tutti con gli occhi di Gesù.

San Josemaría è molto chiaro nel denunciare come false una spiritualità e una religiosità rinchiuse nella pietà «personale» e aliene alle esigenze della giustizia sociale. «Non si ama la giustizia, se non si desidera di vederla compiuta in favore degli altri. Nemmeno è lecito chiudersi in una religiosità comoda, che dimentica i bisogni del prossimo. Chi desidera essere giusto agli occhi di Dio, si sforza di compiere concretamente la giustizia tra gli uomini. E non soltanto per il buon motivo di non occasionare ingiuria al nome di Dio, ma anche perché essere cristiani significa fare proprie tutte le nobili aspirazioni umane. Parafrasando una nota frase dell’apostolo Giovanni, si può dire che chi afferma di essere giusto con Dio, ma non lo è con gli uomini, è menzognero, e la verità non dimora in lui» (È Gesù che passa, n. 52).

Il contatto personale di san Josemaría con la povertà
Durante l'adolescenza san Josemaría, come conseguenza del fallimento del negozio che suo padre dirigeva a Barbastro, sperimentò i problemi che accompagnano un crollo in campo economico, che obbligarono la sua famiglia a lasciare la città natale e a trasferirsi a Logrogno, dove visse molto modestamente. La morte di suo padre nel 1924 fece sì che la sua famiglia – sua madre e i suoi due fratelli – passassero a suo carico, mentre era un sacerdote giovane e di scarse risorse. Più tardi, a Madrid, la famiglia passò momenti di vera povertà.

Nello stesso tempo san Josemaría si prodigò in un estenuante servizio fra i più poveri dei poveri della città madrilena. Passò molte ore del giorno camminando per i quartieri più miserabili, soccorrendo i moribondi e i malati incurabili e contagiosi. Amministrava loro i sacramenti, li aiutava materialmente con un servizio abnegato, portava loro affetto e fortezza nelle loro sofferenze. Si dedicava ai poveri nel corpo e nell’anima, conoscendo le loro sofferenze e, allo stesso tempo, commuovendosi di fronte alla integrità cristiana che molti di loro manifestavano. Più volte commentò che l’Opus Dei era nato negli ospedali e tra i poveri di Madrid e che erano stati proprio loro la fortezza dell’Opera, parole con le quali sottolineava il valore redentore del dolore e la dignità dell’essere umano anche nell’estrema povertà.

All’inizio del suo apostolato con universitari –siamo sempre a Madrid nella prima metà degli anni trenta– iniziò una consuetudine tra gli universitari: le «visite ai poveri». Ossia l’abitudine di invitare giovani universitari – che erano economicamente benestanti –, a visitare poveri e malati, facendo loro compagnia, prestando loro un servizio e manifestando un affetto che li consolasse nella loro solitudine. Queste visite erano un autentico modo di formare quegli studenti, che imparavano così a vedere Cristo nelle persone bisognose e a prender coscienza della serietà della vita. In questa scuola di generosità si scolpiva nei loro cuori la convinzione che la carità non sta nel dare un aiuto anonimo e freddo, ma nel cogliere i problemi degli altri e nel farli propri.

L’autentica carità non è ufficiale né secca e non si può confondere con una beneficenza più o meno formale
In questo modo si gettavano le basi perché, in futuro, queste persone affrontassero la vita con un atteggiamento responsabile e generoso e sapessero aiutare senza umiliare, anzi sollevando gli altri. San Josemaría insisteva molto su questo aspetto, che costituisce uno dei tratti caratteristici della sua predicazione e del suo insegnamento: «La carità cristiana non si limita a dare un soccorso economico ai bisognosi, ma si impegna innanzitutto a rispettare e a comprendere ogni persona come tale nella sua intrinseca dignità di uomo e di figlio del Creatore» (È Gesù che passa, n 72). Proclamava che l’autentica carità non è ufficiale né secca e non si può confondere con una beneficenza più o meno formale, con una elemosina o con un servizio prestato senza anima. Agire in altro modo è un’«aberrazione» – commenta in una delle sue omelie – ben espressa nel «rassegnato lamento di una malata. “Qui mi trattano con carità, ma mia madre mi curava con affetto”. L’amore che nasce dal cuore di Cristo non può dar spazio a simili distinzioni» (Amici di Dio, n. 229)

Carità universale senza escludere nessuno
San Josemaría sottolinea con forza la necessità di vivere la solidarietà senza classismi e senza esclusivismi di alcun genere. Gesù Cristo è venuto sulla terra per portare la pace a tutti gli uomini, scrive in un’omelia: a tutti «non soltanto ai ricchi, né soltanto ai poveri, ma a tutti gli uomini, a tutti i fratelli. Perché tutti siamo fratelli in Gesù, tutti figli di Dio e fratelli di Cristo e sua Madre è nostra Madre. Sulla terra non c’è che una razza: quella dei figli di Dio» (È Gesù che passa, n. 13). E più avanti ripete:« Noi cristiani non possiamo essere esclusivisti, non possiamo discriminare o classificare le anime. Molti verranno dall'Oriente e dall'Occidente; tutti hanno spazio nel cuore di Cristo. Le sue braccia — guardiamolo di nuovo nel presepe — sono quelle di un bambino: ma sono le stesse che aprirà sulla croce per attirare a sé tutti gli uomini » (È Gesù che passa, n. 38).

Servizio centrato sul lavoro professionale
San Josemaría vede nel lavoro professionale un mezzo privilegiato per realizzare l’amore ai poveri. Esso implica una fonte di creazione di nuovi beni e pertanto di progresso. Perché ottenga questo valore in pienezza deve essere ben fatto, con dominio tecnico del campo o settore in cui si esercita, conforme ai principi etici, e accompagnato dallo spirito di servizio e di solidarietà. Il lavoro, pertanto, ha intrinsecamente un valore sociale; da qui l’importanza delle attività educative e di formazione, per rendere le persone capaci non solo di migliorare la propria posizione, ma anche di contribuire a loro volta allo sviluppo degli altri. I poveri, scrive san Josemaría, «hanno bisogno del pane della terra, che sostiene la loro vita, e anche del pane del Cielo che illumina e dà calore ai loro cuori. Con il vostro lavoro e con le iniziative che si promuovono a partire da esso, con le amicizie e le relazioni che suscita, voi potete e dovete mettere in pratica quel precetto apostolico»[di lavorare: cfr. Ef 4, 28].(È Gesù che passa, n. 49)

Un uomo o una società che non reagiscano davanti alle tribolazioni e alle ingiustizie, e che non cerchino di alleviarle, non sono un uomo o una società all’altezza dell’amore del cuore di Cristo
In questo contesto san Josemaría accentua sia la responsabilità dei laici di fronte alle ingiustizie sociali che la loro libertà. Riteneva che, come sacerdote, non doveva consigliare o dare soluzioni tecniche concrete: queste dovevano essere cercate dai fedeli laici, chiamati a umanizzare e santificare le realtà terrene dal di dentro, attraverso il dialogo e il lavoro qualificato. Ma stimolava con molta forza la responsabilità sociale dei cristiani, promuovendo in questo modo, in tutto il mondo, una grande varietà di iniziative per la promozione umana e sociale: opere assistenziali, di promozione sociale e rurale, di formazione cristiana di imprenditori e industriali, di volontariato. «Un uomo o una società che non reagiscano davanti alle tribolazioni e alle ingiustizie, e che non cerchino di alleviarle, non sono un uomo o una società all’altezza dell’amore del cuore di Cristo. I cristiani – pur conservando sempre la più ampia libertà di studiare e di mettere in pratica soluzioni diverse, e godendo pertanto di un logico pluralismo – devono coincidere nel comune desiderio di servire l’umanità. Altrimenti il loro cristianesimo non sarà la Parola e la Vita di Gesù; sarà un travestimento, un inganno. Di fronte a Dio e di fronte agli uomini» (È Gesù che passa, , n. 167).

Conclusione
«Un segreto. – Un segreto a gran voce: queste crisi mondiali sono crisi di santi. –Dio vuole un pugno di uomini “suoi” in ogni attività umana. – Poi… “pax Christi in regno Christi” – la pace di Cristo nel regno di Cristo» (Cammino, n. 301).

Queste parole di san Josemaría presuppongono una distinzione, ma insieme una relazione, tra etica individuale ed etica sociale. La santità personale, quando è autentica, porta a configurare umanamente e cristianamente la società, i costumi, le leggi, le strutture, in un parola la cultura. Sarebbe un autoinganno pensare che un mero sforzo individualista sarebbe già santità, e che, per qualche invisibile meccanismo, questo impegno per raggiungere la propria perfezione potrebbe generare automaticamente il bene comune. Gli uomini e le donne, vivendo lo spirito di Cristo, ed essendo presenti in tutte le attività umane, contribuiranno a cambiare le strutture, se sanno indirizzarle al bene comune terreno: la pace, la libertà e la giustizia sociale. Per offrire la fraternità a tutti gli esseri umani, in primo luogo ai poveri, è necessaria una motivazione che supera la mera filantropia; è necessario l’amore del cuore di Gesù, che desidera realizzare, se noi uomini lo lasciamo agire in noi, il «miracolo della fraternità».

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Leggi l'articolo originale in spagnolo su Studia et Documenta 8 (2014) 361-374


Martin Schlag è docente di teologia morale sociale presso la Pontificia Università della Santa Croce (Roma)