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Potrebbero aver trafugato il corpo di Gesù

Francisco Varo, decano della facoltà di Teologia dell'Università di Navarra (Spagna)

Tag: Fede
A quelli che si sentono increduli di fronte all’’affermazione che Gesù è resuscitato e trovano vuoto il sepolcro dove era stato deposto, la prima cosa che viene in mente è di dire che qualcuno abbia rubato il suo corpo (cfr. Mt 28, 11-15).

La lapide trovata a Nazaret, con uno scritto imperiale che ricorda che è necessario rispettare l’inviolabilità delle tombe, testimonia che ci fu un grande sconvolgimento a Gerusalemme, motivato dalla sparizione del cadavere di qualcuno che proveniva da Nazaret, intorno all’anno 30. Nonostante questo, il fatto in sé di trovare il sepolcro vuoto non avrebbe impedito di pensare che il corpo fosse stato rubato. Eppure, causò una tale impressione sulle pie donne e sui discepoli di Gesù che accorsero al sepolcro, che, perfino prima di vedere Gesù di nuovo vivo, determinò il primo passo verso il riconoscere che era risuscitato.

Il racconto evangelico segnala con straordinaria precisione ciò che gli videro Apostoli attoniti. Era umanamente inesplicabile l’assenza del corpo di Gesù. Era fisicamente impossibile che qualcuno l’avesse rubato, poiché per estrarlo dalla sindone avrebbe dovuto sciogliere le bende e il sudario.

Nel vangelo di San Giovanni c’è una narrazione precisa di come trovarono il tutto. Spiega che quando Pietro e Giovanni udirono ciò che Maria raccontava loro, Pietro uscì con l’altro discepolo e andarono al sepolcro; “I due correvano insieme, ma l’altro discepolo correva più forte di Pietro e arrivò per primo al sepolcro. Si chinò e là vide le bende appiattite, ma non entrò. Arrivò dopo di lui Simon Pietro, entrò nel sepolcro e vide le bende appiattite, e il sudario che gli era stato posto sul capo, non caduto insieme alle bende, ma a parte, tuttora avvolto, nello stesso posto di prima.
Allora entrò pure l’altro discepolo che era arrivato prima al sepolcro, e vide e credette” (Gv 20, 3-8). Le parole che l’evangelista utilizza per descrivere ciò che lui e Pietro videro nel sepolcro vuoto esprimono con vivo realismo l’impressione che causò loro quello che poterono vedere. Innanzitutto, la sorpresa di trovare là le bende. Se qualcuno fosse entrato per far sparire il cadavere, si sarebbe attardato a togliere le bende per portare via solo il corpo? Non sembra logico. Però, oltretutto, il sudario si trovava “tuttora avvolto”, come lo era stato il venerdì sera intorno alla testa di Gesù. Le bende erano rimaste come erano state collocate nell’avvolgere il corpo di Gesù, ma adesso non avvolgevano nulla e per questo rimanevano “appiattite”, cave, come se il corpo di Gesù fosse sfumato e fosse uscito senza svolgerle, passando attraverso di esse. E ci sono altri dati sorprendenti nella descrizione di ciò che videro. Quando si avvolgeva il cadavere, innanzitutto si avvolgeva il sudario sulla testa, e poi tutto il corpo e pure la testa si avvolgevano con le bende. Il racconto di Giovanni specifica che nel sepolcro il sudario rimaneva “nello stesso posto di prima”, cioè conservava la stessa disposizione che aveva avuto quando il corpo di Gesù era presente. La descrizione del Vangelo segnala con straordinaria precisione ciò che videro i due Apostoli attoniti. Era umanamente inesplicabile l’assenza del corpo di Gesù. Era fisicamente impossibile che qualcuno l’avesse rubato, poiché per estrarlo dalla sindone avrebbe dovuto svolgere le bende e il sudario, e questi sarebbero rimasti lì svolti. Ma essi avevano sotto gli occhi le bende e il sudario tali e quali stavano quando avevano lasciato lì il corpo del Maestro, la sera del venerdì.
L’unica differenza era che il corpo di Gesù non c’era più. Tutto il resto era rimasto al suo posto.

Fino a tal punto fu significativo ciò che trovarono nel sepolcro vuoto, che fece loro intuire in qualche modo la resurrezione del Signore, per cui “videro e credettero”.

BIBLIOGRAFÍA:
- M.BALAGUE, “La prueba de la Resurrecciòn (Jn 20, 6-7)” :Estudios Bìblicos 25 (1966) 169-192;
- Francisco VARO, Rabí Jesùs de Nazaret, (B.A.C., Madrid 2005) 197-201.


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