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La Santa Messa, centro e radice della vita del cristiano

Ángel García Ibáñez

Tag: Eucaristia, Gesù Cristo, Sacerdozio
Vi ho sempre insegnato, figlie e figli amatissimi, che la radice e il centro della vostra vita spirituale è il Santo Sacrificio dell’Altare. San Josemaría Escrivá aveva spesso insegnato, a parole e per iscritto, che l’Eucaristia è il centro e la radice della vita del cristiano. L’autore del presente studio, Ángel García Ibáñez, considera in primo luogo il contenuto teologico dell’espressione usata da san Josemaría; poi, servendosi anche dei suoi insegnamenti, mostra cosa comporta tale espressione per l’esistenza quotidiana del cristiano.
La versione completa si trova in www.romana.org.

«Vi ho sempre insegnato, figlie e figli amatissimi, che la radice e il centro della vostra vita spirituale è il Santo Sacrificio dell’Altare»1. Molte volte, a parole o per iscritto, san Josemaría Escrivá ha insegnato che l’Eucaristia è il centro e la radice della vita del cristiano.

Era solito trattare questo tema nella sua predicazione soprattutto quando esponeva la dottrina cattolica sul Sacrificio Eucaristico e quando presentava la vocazione cristiana come un vivere in Cristo, con anima sacerdotale. «Se il Figlio di Dio — scriveva nel 1940 — si è fatto uomo ed è morto in Croce, è stato perché fossimo una sola cosa con Lui e con il Padre (cfr. Gv 17, 22). Tutti, pertanto, siamo chiamati a far parte di questa divina unità. Con anima sacerdotale, facendo della Santa Messa il centro della nostra vita interiore, cerchiamo di stare con Gesù tra Dio e gli uomini»2. Esortava tutti a comportarsi in modo consapevole della centralità dell’Eucaristia nella vita della Chiesa e di ogni cristiano, unendo ogni giorno la propria esistenza al Sacrificio Eucaristico: «Lotta per far sì che il Santo Sacrificio dell’Altare sia il centro e la radice della tua vita interiore, in modo che tutta la giornata si trasformi in un atto di culto — prolungamento della Messa che hai ascoltato e preparazione alla successiva —, che trabocca in giaculatorie, nelle visite al Santissimo, nell’offerta del tuo lavoro professionale e della tua vita famigliare...»3. E accompagnava la predicazione con l’esempio. In questo senso, afferma Mons. Álvaro del Portillo: «Per quarant’anni, giorno dopo giorno, sono stato testimone del suo impegno per trasformare ogni giornata in olocausto, in un prolungamento del Sacrificio dell’Altare. La Santa Messa era il centro della sua eroica dedicazione al lavoro e la radice che vivificava la sua lotta interiore, la sua vita di orazione e di penitenza. Grazie a questa unione con il Sacrificio di Cristo, la sua attività pastorale acquistò un impressionante valore santificatore: veramente, in ciascuna delle sue giornate, tutto era operatio Dei, Opus Dei, un autentico cammino di orazione, di intimità con Dio, di identificazione con Cristo nella sua donazione totale per la salvezza del mondo»4.
Nel presente studio mi propongo di considerare dapprima il fondamento dogmatico e il contenuto teologico dell’espressione la Santa Messa è il centro e la radice della vita del cristiano, tanto spesso usata da san Josemaría Escrivá; e poi cercherò di dimostrare, utilizzando sempre i suoi insegnamenti, ciò che tale espressione implica nell’esistenza quotidiana del cristiano.

1. L’Eucaristia perpetua nel tempo della Chiesa il flusso dell’amore trinitario per gli uomini.
Chi si avvicina ai testi di san Josemaría subito constata il profondo senso di filiazione divina che vi si riflette e la prospettiva trinitaria presente in tutti i suoi scritti5. Per ciò che riguarda l’Eucaristia, nell’omelia L’Eucaristia, Mistero di fede e di amore, pronunziata il Giovedì Santo del 1960, ci introduce alla considerazione del Mistero Eucaristico, con questi termini:

«Il Dio della nostra fede non è un essere lontano, che contempla impassibile la sorte degli uomini: le loro fatiche, le loro lotte, le loro angosce. È un Padre che ama i suoi figli fino al punto di inviare il Verbo, Seconda Persona della Santissima Trinità, affinché si incarni, muoia per noi e ci redima. È lo stesso Padre affettuoso che adesso ci attrae dolcemente a sé con l’azione dello Spirito Santo che abita nei nostri cuori.

«La gioia del Giovedì Santo procede da questo: dal comprendere che il Creatore si è prodigato nell’amore per le sue creature. Nostro Signore Gesù Cristo, come se non bastassero tutte le altre prove della sua misericordia, istituisce l’Eucaristia perché possiamo averlo sempre vicino dal momento che Egli — per quanto ci è dato di capire — pur non abbisognando di nulla, mosso dal suo amore, non vuole fare a meno di noi. La Trinità si è innamorata dell’uomo elevato all’ordine della grazia e fatto a sua immagine e somiglianza ( Gn 1, 26); lo ha redento dal peccato — dal peccato di Adamo, che ricadde su tutta la sua discendenza e dai peccati personali di ciascuno — e desidera ardentemente dimorare nella nostra anima... Questo flusso trinitario di amore per gli uomini, si perpetua in maniera sublime nell’Eucaristia»6.

La presenza e l’azione della Trinità nel Sacrificio Eucaristico costituiscono il nucleo centrale delle sue riflessioni. «La Santa Messa... è il dono che la Trinità fa di se stessa alla Chiesa. Si comprende allora come la Messa sia il centro e la radice della vita spirituale del cristiano»7. Per san Josemaría la centralità dell’Eucaristia e il suo valore originario nella vita cristiana si basa, dunque, in ciò che contiene e di cui ci fa partecipi. L’Eucaristia ci manifesta l’amore del Padre che nel suo piano salvifico ha inviato il proprio Figlio unigenito al mondo per redimerci e darci la vita eterna (cfr. Gv 3, 16-17). Ci mostra e ci offre l’amore del Figlio, il Pane sceso dal Cielo che, obbediente alla volontà del Padre, ha dato la sua vita per noi (cfr. Gv 6, 32-38; Mt 26, 28). Ci rivela e ci comunica l’amore dello Spirito Santo, per opera del quale il Verbo si è fatto carne (cfr. Mt 1, 20; Lc 1, 35), e continua a farsi presente tra di noi in ogni celebrazione dell’Eucaristia, offrendoci la sua carne vivificata dallo Spirito (cfr. Gn 6, 51-57; 63).

«Tutta la Trinità è presente nel Sacrificio dell’Altare. Per volontà del Padre, con la cooperazione dello Spirito Santo, il Figlio si offre in oblazione redentrice»8. Ogni volta che la Chiesa celebra l’Eucaristia, Cristo si fa presente nei segni sacramentali del pane e del vino, nell’atto di offrire la propria vita al Padre per liberare l’umanità intera dalla schiavitù del peccato. In Cristo e con Cristo si fa presente la sua azione salvifica, il Sacrificio della nostra redenzione nella pienezza del Mistero Pasquale, cioè della sua Passione, Morte e Risurrezione. Non si tratta di una presenza statica, puramente passiva, del Signore, dato che si rende presente nel dinamismo salvifico della sua Morte e Resurrezione gloriosa; si rende presente come persona che viene incontro a noi per redimerci, per manifestarci il suo amore, per darci la sua stessa vita con il Pane della vita eterna e il Calice dell’eterna salvezza, per unirci a Sé e per potere in Lui — in Cristo e sotto l’azione dello Spirito Santo — restituire al Padre, in rendimento di grazie, tutto ciò che proviene dal Padre.

«L’amore della Trinità per gli uomini fa sì che dalla presenza di Cristo nell’Eucaristia derivino tutte le grazie per la Chiesa e per l’umanità»9. Da questo flusso trinitario d’amore che ci offre il Santissimo Sacramento, proviene la forza che permette ai cristiani di vivere in Cristo, animati da un solo Spirito, come figli dell’unico Padre, amando sino al dono totale di se stessi, pienamente impegnati nell’edificazione della Chiesa e nella trasformazione del mondo secondo il progetto divino. L’Eucaristia non è perciò solo un mistero da contemplare alla luce della fede, ma molto di più; in questo sacramento, infatti, Gesù Cristo ci invita ad accogliere la salvezza che ci offre, a ricevere i doni sacrificali del suo Corpo e del suo Sangue come cibo di vita eterna, permettendoci di entrare in comunione con Lui, con la sua Persona e il suo Sacrificio e in comunione con tutti i membri del suo Corpo Mistico, la Chiesa.

(...)

2. 2 La partecipazione al Sacrificio Eucaristico negli insegnamenti di san Josemaría Escrivá

Negli scritti di san Josemaría si manifesta una visione profondamente unitaria dei diversi aspetti del Mistero Eucaristico. In modo particolare egli sottolinea la dimensione sacrificale della liturgia eucaristica, considerandola nella giusta prospettiva, cioè nell’ordine della sacramentalità della Chiesa: la Santa Messa è «il Sacrificio sacramentale del Corpo e del Sangue del Signore»33. Con la Tradizione della Chiesa, egli identifica tale sacrificio sacramentale con l’unico Sacrificio del nostro Redentore: «È il sacrificio di Cristo, offerto al Padre con la cooperazione dello Spirito Santo: oblazione di valore infinito che rende eterna in noi la Redenzione»34. E nel contemplare con gli occhi della fede e dell’amore questa realtà, scopre che «in questo Sacrificio è contenuto tutto ciò che il Signore vuole da noi»35: ciò che Egli desidera, quando partecipiamo alla liturgia eucaristica e in ogni momento della nostra esistenza.

In effetti, nostro Padre Dio vuole che viviamo secondo quello che siamo, figli nel Figlio, identificati con Cristo nell’amore e nell’obbedienza filiale. Tale identificazione si realizza soprattutto nell’Eucaristia. In Cristo Gesù, in comunione con il suo essere teandrico, possiamo vivere in costante relazione di amore filiale con il Padre (cfr. Gv 6, 57); e il Padre riversa su di noi la sua paternità colma di amore. Inoltre, mediante la comunione con il Corpo di Cristo, con la sua umanità vivificata dallo Spirito e vivificante, entriamo in comunione anche con la terza Persona della Trinità, ricevendo la forza dell’amore dello Spirito Santo che tutto crea, rinnova, accende e santifica. Lui ci cristifica e ci fa sentire la nostra filiazione divina in Cristo. A questo riguardo, scriveva san Josemaría: «La vita della grazia, generata in noi dal Battesimo, fortificata e accresciuta dalla Confermazione, si avvia nella Messa verso la sua pienezza. Quando partecipiamo dell’Eucaristia, scrive San Cirillo di Gerusalemme, sperimentiamo la spiritualizzazione deificante dello Spirito Santo che non solo ci configura con Cristo, come avviene nel Battesimo, ma ci cristifica per intero, associandoci alla pienezza di Gesù Cristo ( Catechesi, 22, 3) . L’effusione dello Spirito Santo, facendoci divenire simili a Cristo, ci porta a riconoscerci come figli di Dio. Il Paraclito, che è carità, ci insegna a impregnare di questa virtù tutta la nostra vita; e, consummati in unum (Gv 17, 23), fatti una cosa sola con Cristo, possiamo diventare tra gli uomini quel che Sant’Agostino afferma dell’Eucaristia: segno di unità, vincolo dell’Amore ( In Ioannis Evangelium tractatus, 26, 13: PL 35, 1613)»36.

La contemplazione dell’amore che Cristo ci manifesta nell’Eucaristia e soprattutto l’identificazione con Lui — per la fede, la grazia cristificante del sacramento e l’azione del Paraclito nell’anima — non può lasciare indifferente né passivo un cristiano che partecipa al Sacrificio Eucaristico. «Corrispondere a tanto amore — afferma san Josemaría — richiede una totale donazione del corpo e dell’anima»37. Esige che ci doniamo come Lui: per amare, con una donazione totale, incondizionata, umile, nascosta, perseverante.

Dio attende da noi in ogni celebrazione eucaristica di aderire pienamente alle parole di Gesù Cristo: prendete e mangiate... questo è il mio corpo offerto in sacrificio per voi; prendete e bevete... questo è il calice del mio sangue per la nuova ed eterna alleanza, versato per voi e per tutti in remissione dei peccati. Il comando del Signore, fate questo (quello che io ho fatto) in memoria di me, richiede non solo che il sacerdote celebrante ripeta le sue parole e i suoi gesti; Egli desidera che tutti accogliamo con fede e amore il dono che ci offre e, uniti a Lui, sappiamo darci al Padre, nello Spirito, per la salvezza del mondo.

Tutti i fedeli — tutto il Popolo di Dio sacerdotale e non solo il sacerdote celebrante — sono chiamati a vivere l’Eucaristia in questo modo, ad attualizzare la loro donazione al Signore al momento della consacrazione dei doni, in cui con la Presenza della Persona di Cristo si rende attuale il suo atto di offerta sacrificale e nel momento della comunione, quando diventiamo una cosa sola con la Vittima divina38. In effetti, anche se solo il ministro sacramentalmente ordinato — vescovo o presbitero — può attuare il Sacrificio Eucaristico in persona Christi, la celebrazione eucaristica riguarda e impegna ciascuno dei fedeli presenti che, in virtù del loro sacerdozio comune (cioè della loro partecipazione al sacerdozio di Cristo, ricevuta nel battesimo) sono chiamati ad offrire al Padre un culto spirituale ( Rm 12, 1), il sacrificio della loro vita, unita al Sacrificio di Cristo. I fedeli non possono stare presenti come semplici spettatori di un atto di culto compiuto dal sacerdote celebrante. Tutti possono e devono partecipare all’offerta del Sacrificio.

San Josemaría ha insistito con forza su questa dottrina della Chiesa, insegnando a rinnovare nella Santa Messa l’offerta della propria vita e delle azioni di ogni giorno, tutto ciò che siamo e possediamo: intelligenza, volontà, memoria, lavoro, gioie e contrarietà. Voleva che tutto fosse offerto sull’Altare affinché il Signore lo assumesse, dandogli valore salvifico «in questo istante supremo — in cui il tempo si unisce all’eternità — del Santo sacrificio della Messa»39. Voleva orientare l’intera esistenza, giorno dopo giorno, al Sacrificio Eucaristico, insegnando a vivere con anima sacerdotale. Anticipava così ciò che il Concilio Vaticano II avrebbe affermato dei fedeli cristiani: «Tutte le loro opere, le preghiere e le iniziative apostoliche, la vita coniugale e familiare, il lavoro giornaliero, il sollievo spirituale e corporale, se sono compiute nello Spirito, e persino le molestie della vita se sono sopportate con pazienza, diventano spirituali sacrifici graditi a Dio per Gesù Cristo (cfr. 1 Pt 2, 5), i quali, nella celebrazione dell’Eucaristia, sono piissimamente offerti al Padre insieme con l’oblazione del Corpo del Signore»40.

Ciò che abbiamo detto sino ad ora dei fedeli si applica in modo speciale al sacerdote celebrante: poiché nella celebrazione eucaristica agisce in persona Christi, è chiamato ad identificarsi in modo particolare a Cristo, Vittima e Sacerdote. L’offerta della propria vita al Padre, per Cristo e in Cristo, deve essere per lui una realtà in ogni celebrazione dell’Eucaristia. In questo senso si afferma nel Decr. Presbyterorum ordinis che i presbiteri «unendosi con l’atto di Cristo sacerdote si offrono ogni giorno totalmente a Dio»41. Ciò che compiono sacramentalmente sull’Altare coinvolge la vita intera: sono chiamati a darsi pienamente, in Cristo e con Cristo, al Padre, permettendo così che il Signore assuma la loro intera esistenza per darle pienezza di senso e valore redentore.

San Josemaría Escrivá era pienamente cosciente di questa verità, la ricordava frequentemente ai sacerdoti, la viveva ogni giorno nel sacrificio dell’Altare.

«Per mezzo del sacramento dell’Ordine, il sacerdote è reso effettivamente idoneo a prestare a Gesù nostro Signore la sua voce, le mani e tutto il suo essere; è Gesù che nella santa Messa, con le parole della Consacrazione, cambia la sostanza del pane e del vino nel suo Corpo, nella sua Anima, nel suo Sangue, nella sua Divinità. È questo il fondamento dell’incomparabile dignità del sacerdote. È una grandezza ricevuta in prestito, compatibile con la mia pochezza. Prego Dio nostro Signore che conceda a tutti noi sacerdoti la grazia di compiere santamente le cose sante, di rispecchiare con la nostra stessa vita lo splendore delle grandezze del Signore. Noi che celebriamo i misteri della Passione del Signore, dobbiamo imitare quello che facciamo. E allora l’Ostia occuperà il nostro posto al cospetto di Dio, perché noi stessi ci facciamo ostia (S. Gregorio Magno, Dialog. 4,59)» 42.

Mons. Álvaro del Portillo, testimone privilegiato della fede e dell’amore con cui san Josemaría celebrava ogni giorno la Santa Messa, ci dice:

«Nell’elevare prima il Pane Eucaristico e poi il Sangue di nostro Signore, ripeté sempre — non a parole perché le rubriche non lo permettevano, ma con la mente e con il cuore — alcune preghiere, con una perseveranza eroica che durò decine di anni».

Concretamente, «Mentre aveva l’Ostia consacrata tra le mani, diceva infatti: Signore mio e Dio mio, l’atto di fede di S. Tommaso Apostolo. Poi, sempre ispirandosi ad una invocazione evangelica, ripeteva adagio: Adauge nobis fidem, spem et charitatem; in questo modo egli chiedeva al Signore per tutta l’Opera la grazia di crescere nella fede, nella speranza e nella carità. Subito dopo ripeteva una preghiera rivolta all’Amore misericordioso, che aveva imparato e meditato fin da giovane, ma che non utilizzò mai nella predicazione e, per diversi anni, solo raramente ci confidò che la recitava: Padre Santo, attraverso il Cuore Immacolato di Maria, vi offro Gesù, il Vostro Figlio tanto amato, e offro me stesso, in Lui, per Lui e con Lui, per tutte le sue intenzioni e in nome di tutte le creature. Poi aggiungeva l’invocazione: Signore, concedi la purezza e il gaudium cum pace a me e a tutti, pensando ovviamente ai suoi figli dell’Opus Dei. Infine, mentre si inginocchiava dopo avere elevato l’Ostia o il Sangue, recitava la prima strofa dell’inno eucaristico: Adoro te devote, latens deitas, e diceva al Signore: Benvenuto sull’Altare!
Tutto ciò, ripeto, non lo diceva solo ogni tanto, ma tutti i giorni e mai meccanicamente, ma con tutto l’amore e la vibrazione interiore»43.

È facile comprendere la gioia di san Josemaría nel leggere nel Decreto Presbyterorum ordinis ciò che egli stesso predicava da molti anni: che la celebrazione del Sacrificio Eucaristico «è il centro e la radice di tutta la vita del presbitero cosicché l’anima sacerdotale si studia di rispecchiare ciò che viene realizzato sull’Altare»44.

San Josemaría ha vissuto ed insegnato a vivere questa donazione della propria vita al Signore nella Santa Messa («la nostra Messa, Gesù», scriverà in Cammino 45), con una radicalità assoluta, non limitata ad un proposito interiore, formulato nel momento della celebrazione liturgica. «Dobbiamo amare la Santa Messa che deve essere il centro della nostra giornata. Se si vive bene la Messa, come è possibile poi, per tutto il resto del giorno, non avere il pensiero posto nel Signore, non avere la voglia di restare alla sua presenza per lavorare come egli lavorava ed amare come Egli amava?»46. Da parte sua, cercava di fare di tutta la giornata una Messa continua, vivendo quotidianamente una esistenza «totalmente eucaristica»47. Nel 1945 egli affermava: «Così molto uniti a Gesù nell’Eucaristia, otterremo una continua presenza di Dio, in mezzo alle occupazioni ordinarie proprie della condizione di ciascuno in questo peregrinare terreno, cercando il Signore sempre e in tutto. Avendo nelle nostre anime gli stessi sentimenti di Cristo sulla Croce, otterremo che la vita intera sia una riparazione incessante, un’assidua richiesta e un permanente sacrificio per tutta l’umanità: il Signore vi darà un istinto soprannaturale per purificare tutte le azioni, elevarle all’ordine della grazia e trasformarle in strumento di apostolato. Solo così saremo anime contemplative in mezzo al mondo, come richiede la nostra vocazione e saremo anime veramente sacerdotali, facendo sì che tutto sia una lode continua a Dio»48.

Egli insegnò in particolare a mettere la santa Messa al centro della vita quotidiana: divideva la giornata in due parti: «Fino a mezzogiorno viveva la presenza di Dio concentrandosi sul ringraziamento per la Messa che aveva celebrato; dopo la recita dell’ Angelus incominciava a prepararsi per la Messa dell’indomani»49. In questo tempo di preparazione moltiplicava atti di fede, di speranza e di amore per il Signore; gli chiedeva perdono per i propri peccati e per quelli di tutti gli uomini; chiedeva insistentemente «anime di apostoli» e rinnovava l’intenzione di posare sulla patena preghiere, lavoro, pensieri e affetti, gioie e sofferenze, affinché il Signore tutto assumesse e a tutto desse valore redentore. San Josemaría considerava l’insegnamento sulla partecipazione dei fedeli al Sacrificio eucaristico parte essenziale del ministero sacerdotale. «Tutti gli affetti e i bisogni di un cuore cristiano trovano nella Santa Messa il loro vero alveo: quello che per mezzo di Cristo, conduce al Padre, nello Spirito Santo. Il sacerdote deve porre ogni cura perché tutti lo sappiano e lo vivano. Non c’è ordinariamente nessuna attività che possa essere anteposta a quella di far conoscere, amare e venerare la Sacra Eucaristia”50. E più avanti, sottolineando l’unità della consacrazione e missione del sacerdote, dirà: “Quando un sacerdote vive la santa Messa come si deve — adorando, espiando, impetrando, rendendo grazie, identificandosi con Cristo — e insegna agli altri a fare del Sacrificio dell’Altare il centro e la radice della vita cristiana, dimostra realmente la grandezza incomparabile della sua vocazione»51.

Secondo gli insegnamenti di san Josemaría, la centralità dell’Eucaristia nell’esistenza quotidiana del cristiano deve manifestarsi, in modo speciale, nella cura della liturgia eucaristica, nella fede e nell’amore con cui trattiamo Dio e le cose di Dio.

«Chiedo a tutti i fedeli che preghino molto per noi sacerdoti perché sappiamo compiere santamente il santo Sacrificio. Chiedo loro di dimostrare un amore così delicato per la santa Messa da spingerci a celebrarla con dignità — con eleganza — umana e soprannaturale; con decoro nei paramenti e negli oggetti destinati al culto, con devozione, senza fretta.

«Perché questa fretta? Gli innamorati hanno forse fretta di salutarsi dopo un incontro? Sembra che si lascino, ma non se ne vanno; ritornano una volta e un’altra, e si dicono parole comuni come se le scoprissero solo allora... Non abbiate timore di riferire alle cose di Dio gli esempi suggeriti dall’amore nobile e puro degli uomini. Se amiamo il Signore con il nostro cuore di carne — non abbiamo che questo — non avremo fretta di terminare questo incontro, questo appuntamento d’amore con Lui»52.

Il suo esempio è rimasto impresso nella vita delle sue figlie e dei suoi figli dell’Opus Dei. «Fin dall’inizio del suo ministero sacerdotale si sforzò di non dare spazio né alla routine, né alla precipitazione nel celebrare il Santo sacrificio, nonostante l’abituale scarsità di tempo per le sue molteplici attività pastorali. Al contrario tendeva spontaneamente a celebrare la Messa con calma, approfondendo ogni testo e il senso di ogni gesto liturgico, fino al punto che, per molti anni, dovette positivamente sforzarsi — in accordo con quanto gli veniva confermato nella direzione spirituale — di andare più in fretta per non attirare l’attenzione e sapendosi al servizio dei fedeli che disponevano, per la Messa, di molto meno tempo. In questo contesto si capisce quello che scrisse nel 1932, come un sospiro sfuggito dalla sua anima: “durante la Santa Messa, gli orologi dovrebbero fermarsi”»53.

Coloro che furono testimoni di come san Josemaría Escrivá celebrava la Santa Messa, concordano nell’affermare che non c’era niente di straordinario o di singolare all’esterno, ma che non era possibile non notare la sua profonda devozione54. La sua pietà si alimentava dei testi liturgici e si manifestava nei gesti — indicati dalla stessa liturgia eucaristica — come il bacio dell’Altare, simbolo di Cristo, il chinare il capo, le genuflessioni lente con cui adorava il Santo dei Sani 55. Viveva la Santa Messa e insegnò a viverla come un incontro personalissimo con Cristo, Amor nostro e con tutto il suo Corpo mistico, la Chiesa: «Vivere la Santa Messa significa rimanere in preghiera continua, con la convinzione che per ciascuno di noi si tratta di un incontro personale con Dio: lo adoriamo, lo lodiamo, gli chiediamo tante cose, lo ringraziamo, facciamo atti di riparazione per i nostri peccati, ci purifichiamo, ci sentiamo una cosa sola, in Cristo, con tutti i cristiani»56.

«Questa intensità — ha scritto Mons. Álvaro del Portillo — con cui si univa personalmente al Sacrificio del Signore nell’Eucaristia, culminò con qualcosa che non esito a considerare come un particolare dono mistico e che lo stesso Padre raccontò con grande semplicità il 24 ottobre 1966: “Sono arrivato a 65 anni per fare una scoperta meravigliosa. Mi affascina celebrare la Santa Messa, ma ieri mi è costata una fatica tremenda. Un duro sforzo! Ho visto che la Messa è veramente Opus Dei, lavoro, come lavoro è stata per Cristo la sua prima Messa: la Croce. Ho visto che il compito del sacerdote, la celebrazione della Santa Messa è un lavoro per confezionare l’Eucaristia; vi si sperimentano dolore, gioia, stanchezza. Ho sentito nelle mia carne la spossatezza di un lavoro divino”»57.

(...)

Grazie all’Eucaristia il cristiano può essere veramente cristoforo, portatore di Cristo, Cristo che passa tra gli uomini. Così diceva san Josemaría nell’omelia pronunziata il 28 aprile del 1964, festa del Corpus Domini:

«La processione del Corpus Domini manifesta la presenza di Dio per città e villaggi. Ma questa presenza, ripeto, non può essere cosa di un giorno, un vociare confuso, udito e subito dimenticato. Il passaggio di Gesù ci ricorda che dobbiamo scoprirlo anche nelle nostre attività quotidiane. Accanto alla processione solenne di questo Giovedì, ci deve essere la processione silenziosa e umile della vita ordinaria di ogni cristiano, uomo tra gli uomini, ma con il privilegio di avere ricevuto la fede e la missione divina di comportarsi in tal modo da rinnovare sulla terra il messaggio del Signore. Non siamo immuni da errori, da miserie, da peccati. Ma Dio è con gli uomini, e dobbiamo far sì che si serva di noi perché il suo passaggio tra le creature sia ininterrotto».

«Chiediamo allora al Signore che ci conceda di essere anime di Eucaristia e che il nostro rapporto intimo con Lui si esprima in gioia, serenità, in desiderio di giustizia. È così che agevoleremo agli altri il compito di riconoscere Cristo e che daremo il nostro contributo per collocarlo al vertice di tutte le attività umane. Avrà compimento la promessa di Gesù: “Ed io, quando sarò innalzato da terra, attirerò a me tutte le cose” ( Gv 12, 32)»61.

Nell’Eucaristia troviamo il principio che spinge ad evangelizzare il mondo, il fondamento dell’efficacia dell’apostolato realizzato dai discepoli di Cristo62. Inseriti nel flusso di amore del Dio Uno e Trino, cercano di compiere, nel Figlio e per lo Spirito Santo, la volontà del Padre che vuole che tutti gli uomini si salvino (cfr. 1 Tm 2, 4).

L’Eucaristia, unendoci a Cristo, unico Pane di cui partecipano tutti i cristiani (cfr. 1 Cor 10, 17), ci unisce tra noi e con Lui, edificando la Chiesa come un solo Corpo (cfr. 1 Cor 12, 27). Per questo, partecipando alla celebrazione eucaristica «ci sentiamo una cosa sola, in Cristo, con tutti i cristiani»63. L’Eucaristia ci fa essere più uniti a tutta la famiglia di Dio che è la Chiesa (cfr. Ef 2, 19).

L’Eucaristia, poiché contiene il Verbo incarnato, il crocifisso risorto e glorioso che sta alla destra del Padre, possiede un’efficacia salvifica che trascende il tempo e penetra nella realtà escatologica. «Il cristiano, confortato dalla nuova e definitiva manna dell’Eucaristia, pregusta già ora la felicità eterna. Le cose vecchie sono passate: e per noi, abbandonato tutto ciò che è caduco, tutto sia nuovo: il cuore, le parole, le opere (Inno Sacris sollemnis)... È buona novella, perché in modo ineffabile ci preannuncia l’eternità»64.

«Nell’Eucaristia Gesù ci dà la garanzia fedele della sua presenza nelle nostre anime, della sua potenza che sostiene il mondo, delle sue promesse di salvezza, grazie alle quali la famiglia umana, quando giunga la fine dei tempi, abiterà per sempre nella dimora del Cielo, in seno a Dio Padre, Dio Figlio, Dio Spirito Santo: Trinità Santissima e Dio Unico»65. Nell’Eucaristia è presente in nuce, in modo iniziale, la realizzazione del piano salvifico universale di Dio: con Cristo risuscitato si rende anche presente la nuova creazione, «i nuovi cieli e la nuova terra», la nuova umanità (cfr. Ap 21, 1-7; 2 Pt 3, 13; Rm 8, 19-22). In effetti, nella Trasfigurazione gloriosa di Cristo si è già inaugurata la rinnovazione escatologica del mondo: nel Signore risuscitato, l’eschaton — Colui che rappresenta le realtà ultime — è già presente l’ottavo giorno, l’eternità che erompe nel presente, facendoci pregustare quanto troveremo nella vita eterna66.

In questo senso possiamo dire che ogni celebrazione eucaristica è Pasqua, passaggio della Chiesa e dell’intera creazione verso il suo fine. In ogni Eucaristia «Gesù con gesto di Sacerdote eterno attrae a sé tutte le cose, per porle, divino afflante Spiritu, con il soffio dello Spirito Santo, alla presenza di Dio Padre»67.


Note
1) SAN JOSEMARÍA ESCRIVÁ, Lettera 2-II-1945, n. 11. D’ora in avanti, tutte le citazioni in cui non si menziona l’autore sono di san Josemaría Escrivá.
2) Lettera 11-III-1940, n. 11.
3) Forgia, n. 69.
4) ÁLVARO DEL PORTILLO, Sacerdoti per una nuova evangelizzazione, in AA.VV. La formazione dei sacerdoti nelle circostanze attuali, (XI Convegno Internazionale di Teologia dell’Università di Navarra), Pamplona 1990, p. 995.
5) Cfr. F. OCÁRIZ, La filiazione divina, realtà centrale nella vita e negli insegnamenti di Mons. Escrivá de Balaguer, in AA.VV., Mons. Josemaría Escrivá de Balaguer e l’Opus Dei, 2ª ed., Pamplona 1985, pp. 175-214; C. FABRO, La tempra di un Padre della Chiesa, en C. FABRO-S. GAROFALO-M.A. RASCHINI, Santi nel mondo. Studi sugli scritti di san Josemaría Escrivá, Milano 1992, pp. 106-110.
6) E’ Gesù che passa, nn. 84-85.
7) Ibid., n. 87.
8) Ibid.
9) Ibid., n. 86.
(...)
33) Colloqui, n. 113.
34) E’ Gesù che passa, n. 86.
35) E’ Gesù che passa, n. 88.
36) E’ Gesù che passa, n. 87.
37) E’ Gesù che passa, n. 86.
39) E’ Gesù che passa, n. 94.
40) CONCILIO VATICANO II, Cons. dog. Lumen gentium, n. 34.
41) CONCILIO VATICANO II, Decr. Presbyterorum Ordinis, n. 13.
42) Omelia, Sacerdote per l’eternità, 13-IV-1973, in Amore alla Chiesa, Madrid 1986, p. 71.
43) ÁLVARO DEL PORTILLO, Intervista sul fondatore dell’Opus Dei, realizzata da Cesare Cavalleri, Ares 1993, pp. 137-138.
44) CONCILIO VATICANO II, Decr. Presbyterorum Ordinis, n. 14. Sulla relazione di questo testo con la predicazione di san Josemaría Escrivá cfr. ÁLVARO DEL PORTILLO, Sacerdoti per una nuova evangelizzazione, cit., p. 995.
45) Cammino, n. 533.
46) E’ Gesù che passa, n. 154.
47) Forgia, n. 826. Il tema della Messa che si prolunga per tutta la giornata è stato formulato in diversi modi nel corso della storia. Su questo punto si può apprezzare una chiara sintonia tra gli insegnamenti di san Josemaría e la dottrina esposta dalla scuola francese di spiritualità; per esempio, F. Mugnier, seguendo autori come J. Bossuet, P. de Bérulle e Ch. de Condren, si esprimenva nel seguente modo: «Fare della mia giornata come una continua Messa. Se così si può dire, la santa Messa quotidianamente compresa e vissuta, dovrebbe essere la vita normale di ogni cristiano» ( F. MUGNIER, Roi, Prophéte, Prêtre avec le Christ, Paris 1937, p. 215).
48) Lettera 2-II-1945, n. 11.
49) ÁLVARO DEL PORTILLO, Intervista sul fondatore dell’Opus Dei, cit., p. 136.
50) Omelia, Sacerdote per l’eternità, cit. p. 78.
51) Omelia, Sacerdote per l’eternità, cit. p. 81.
52) Omelia, Sacerdote per l’eternità, cit. p. 77-78.
53) ÁLVARO DEL PORTILLO, Sacerdoti per una nuova evangelizzazione, cit., p. 996.
54) Cfr. J.M. CASCIARO, Vale la pena. Tre anni vicino al Fondatore dell’Opus Dei: 1932-1942, 2ª ed., Madrid 1998, pp. 113-114. si vedano anche le testimonianze che sono raccolte negli Articoli del Postulatore, nn. 379-384.
55) Cfr. E’ Gesù che passa, nn. 85-91.
56) Ibid., n. 88. Anni prima san Josemaría scrisse: «Non abituatevi mai a celebrare o ad assistere al Santo Sacrificio: fatelo, invece, con tanta devozione, come se si trattasse dell’unica Messa della vostra vita; sapendo che lì è presente Cristo, Dio e Uomo, Capo e Corpo, e quindi, insieme a nostro Signore, tutta la Chiesa». (Carta 28-III-1955, n. 5)
57) ÁLVARO DEL PORTILLO, Sacerdoti per una nuova evangelizzazione, cit., pp. 996-997.
(...)
61) E’ Gesù che passa, n. 156.
62) Il Concilio Vaticano II afferma esplicitamente che l’Eucaristia è «fonte e culmine di tutta l’evangelizzazione»: Decr. Presbyterorum Ordinis, n. 5; cfr. Decr. Ad gentes, 7-XII-1965, n. 36.
63) E’ Gesù che passa, n. 88.
64) E’ Gesù che passa, n. 152.
65) E’ Gesù che passa, n. 153.
66) Cfr. S. BASILIO MAGNO, De Spiritu Sancto, 27, 66: SChr 17bis, 237.
67) E’ Gesù che passa, n. 94.