San Josemaría
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Il Sacerdozio

Tag: Ordine, Sacerdozio, Sacramenti, Società Sacerdotale della Santa Croce
Nell’omelia “Sacerdote per l’eternità”, san Josemaría riflette sulla Santa Messa; sulla natura del sacerdozio cattolico, sulla sua dignità e necessità; e sulla relazione tra sacerdoti e laici nella Chiesa.

Si può scaricare la versione completa in formato pdf: Sacerdote per l’eternità

Il sacerdozio
Il sacerdozio porta a servire Dio in uno stato che non è, in sé stesso, migliore o peggiore di altri: è diverso. Tuttavia, la vocazione sacerdotale si presenta rivestita di una dignità e di una grandezza tali che null'altro sulla terra può superare.

Un nuovo lavoro professionale
È questo, per così dire, il loro nuovo lavoro professionale a cui dedicheranno tutte le ore del giorno, che sembreranno sempre poche. Dovranno, infatti, studiare incessantemente la scienza di Dio, orientare spiritualmente tante anime, ascoltare molte confessioni, predicare instancabilmente e pregare tanto, tanto, avendo il cuore sempre là, nel Tabernacolo, ove è realmente presente Colui che ci ha scelti per essere suoi in una dedizione meravigliosa e piena di gioia, pur nelle prove da cui nessuna creatura è immune.

Una volta ordinati sacerdoti, non si lasceranno trascinare dalla tentazione di imitare le occupazioni e il lavoro dei laici, ancorché tali compiti siano loro ben noti per averli svolti fino a ora e per avere consolidato in essi una mentalità laicale che non perderanno mai più.

Sacerdoti al cento per cento
La loro competenza nei vari settori del sapere umano — storia, scienze naturali, psicologia, diritto, sociologia — benché sia una componente necessaria alla loro mentalità laicale, non li indurrà a presentarsi con la patente di sacerdoti-psicologi, di sacerdoti-biologi, di sacerdoti-sociologi...; ricevono il Sacramento dell'Ordine per essere — né più né meno — sacerdoti-sacerdoti, sacerdoti al cento per cento.
È probabile che in tante questioni temporali e umane ne sappiano di più di molti laici. E tuttavia, una volta ordinati, lasceranno in ombra con gioia tale competenza, per rafforzarsi in continua preghiera, per parlare soltanto di Dio, per predicare il Vangelo e amministrare i Sacramenti. È questo, per così dire, il loro nuovo lavoro professionale a cui dedicheranno tutte le ore del giorno, che sembreranno sempre poche. Dovranno, infatti, studiare incessantemente la scienza di Dio, orientare spiritualmente tante anime, ascoltare molte confessioni, predicare instancabilmente e pregare tanto, tanto, avendo il cuore sempre là, nel Tabernacolo, ove è realmente presente Colui che ci ha scelti per essere suoi in una dedizione meravigliosa e piena di gioia, pur nelle prove da cui nessuna creatura è immune.

Rinuncia?
Ma forse queste considerazioni, come vi dicevo, possono aumentare i motivi di sorpresa. Taluni insisteranno nel domandarsi: perché rinunciare a tante cose buone e nobili di questa terra, al lavoro professionale, brillante o meno, all'influsso dell'esempio cristiano nella società attraverso la cultura profana, l'insegnamento, l'economia, o qualunque altra attività civile?

Altri osserveranno che oggigiorno, in tanti luoghi, serpeggia un grave disorientamento circa la figura del sacerdote; si parla a vanvera sulla necessità di cercarne l'identità e si mette in dubbio il significato che, nelle circostanze attuali, assume il dono di sé a Dio nel sacerdozio. Sarà infine motivo di sorpresa anche il fatto che, in un'epoca in cui le vocazioni sacerdotali scarseggiano, esse sorgano tra persone che, grazie al loro serio impegno professionale, hanno già risolto i problemi di occupazione e di impiego nelle attività terrene
Comprendo questi sentimenti di stupore, ma sinceramente non li condivido. Coloro che, liberamente, perché a loro piace — e questo è un motivo molto soprannaturale — abbracciano il sacerdozio, sanno che non fanno nessuna rinuncia, nel senso usuale del termine. La vocazione all'Opus Dei ne aveva già fatto persone dedite alla Chiesa e a tutte le anime; una vocazione piena, divina, che li impegnava a santificare il lavoro quotidiano, a santificarsi in esso e a promuovere, attraverso di esso, la santificazione degli altri.

La santità è per tutti
La condizione di fedele è una e identica per tutti, sacerdoti e laici, perché Dio nostro Signore ha chiamato tutti alla pienezza della carità, alla santità: «Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale, nei cieli, in Cristo. In Lui ci ha scelti, prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto, nella carità» [Ef 1, 3-4].
Non esiste una santità di seconda classe: o si lotta incessantemente per essere in grazia di Dio e per conformarsi a Cristo, nostro modello, o si è disertori nelle battaglie divine. Il Signore invita tutti affinché ciascuno si santifichi nel proprio stato. Nell'Opus Dei — pur tra gli errori e le miserie dei singoli — la passione per la santità non è che una, e non fa differenza essere sacerdoti o laici; d'altronde, rispetto al numero dei membri, i sacerdoti dell'Opera non sono che una piccolissima parte.
La santità non dipende dalle circostanze del proprio stato — celibe, sposato, vedovo, sacerdote — ma dalla personale corrispondenza alla grazia che viene concessa a tutti noi affinché impariamo a respingere le opere delle tenebre e a rivestirci delle armi della luce: serenità, pace, servizio abnegato e lieto all'umanità intera [Cfr Rm 13, 12].

Dignità del sacerdozio
Il sacerdozio porta a servire Dio in uno stato che non è, in sé stesso, migliore o peggiore di altri: è diverso. Tuttavia, la vocazione sacerdotale si presenta rivestita di una dignità e di una grandezza tali che null'altro sulla terra può superare. Santa Caterina da Siena pone sulle labbra di Gesù queste parole: «Io non volevo che la riverenzia verso di loro diminuisse... perché ogni riverenzia che si fa a loro, non si fa a loro, ma a me, per la virtù del Sangue che io l'ho dato a ministrare. Unde, se non fusse questo, tanta riverenzia avareste a loro quanta agli altri uomini del mondo, e non più... E così non debbono essere offesi, però che, offendendo loro, offendono me e non loro. E già l'ho vetato, e detto che i miei Cristi non voglio che sieno toccati per le loro mani» [SANTA CATERINA DA SIENA, Il Dialogo della divina Provvidenza, cap. 116; cfr Sal 104, 15].

Identità del sacerdozio
Taluni si affannano a cercare quella che chiamano l'identità del sacerdote. Quanto sono chiare le parole della santa di Siena! Qual è l'identità del sacerdote? Quella di Cristo. Tutti noi cristiani possiamo e dobbiamo essere non soltanto alter Christus, ma anche ipse Christus: un altro Cristo; lo stesso Cristo! Ma il sacerdote lo è in modo immediato, in forma sacramentale.
«Per realizzare un'opera così grande» — quella della Redenzione — «Cristo è sempre presente nella sua Chiesa, e in modo speciale nelle azioni liturgiche. È presente nel Sacrificio della Messa sia nella persona del ministro, "Egli che, offertosi una volta sulla croce, offre ancora sé stesso per il ministero dei sacerdoti", sia soprattutto sotto le specie eucaristiche» [CONCILIO VATICANO II, cost. Sacrosanctum Concilium, 7; cfr CONCILIO DI TRENTO, doctr. De ss. Missae sacrif., cap. 2; DS 1743].

Il sacrificio della Messa
Per mezzo del Sacramento dell'Ordine, il sacerdote è reso effettivamente idoneo a prestare a Gesù nostro Signore la voce, le mani e tutto il suo essere; è Gesù che, nella santa Messa, con le parole della Consacrazione, cambia la sostanza del pane e del vino nel suo Corpo, nella sua Anima, nel suo Sangue e nella sua Divinità.
È questo il fondamento dell'incomparabile dignità del sacerdote. È una grandezza ricevuta in prestito, compatibile con la mia pochezza. Prego Dio nostro Signore che conceda a tutti noi sacerdoti la grazia di compiere santamente le cose sante, di rispecchiare con la nostra stessa vita lo splendore delle grandezze del Signore. «Noi che celebriamo i misteri della Passione del Signore, dobbiamo imitare quello che facciamo. E allora l'ostia occuperà il nostro posto al cospetto di Dio, perché noi stessi ci facciamo ostia» [SAN GREGORIO MAGNO, Dialoghi, 4, 59].

Non giudicare
Qualora vi imbattiate in un sacerdote che per il suo contegno non sembra vivere secondo il Vangelo — non sta a voi giudicarlo, lo giudica Dio — sappiate che se celebra validamente la santa Messa, con l'intenzione di consacrare, il Signore non si rifiuta di scendere nelle sue mani, ancorché siano indegne. È possibile una donazione maggiore, un annientamento più grande? Più che a Betlemme, più che sul Calvario. Perché? Perché Gesù Cristo ha il cuore angosciato dall'ansia di redenzione, perché non vuole che qualcuno possa dire di non essere stato chiamato, perché Egli stesso va incontro a coloro che non lo cercano.
Egli è Amore! E non c'è altra spiegazione. Quanto sono insufficienti le parole per parlare dell'Amore di Cristo! Egli si adatta a tutto, accetta tutto, si espone a tutto — ai sacrilegi, alle bestemmie, alla fredda indifferenza di tanti — pur di offrire, anche a un solo uomo, l'occasione di scoprire i palpiti del suo Cuore ardente, nel suo petto ferito.

La Vergine e il sacerdote
L'identità del sacerdote è questa: essere strumento immediato e quotidiano della grazia salvifica che Cristo ha meritato per noi. Quando si comprende questo principio, quando lo si medita nell'attivo silenzio della preghiera, come possiamo considerare il sacerdozio una rinuncia? È un guadagno incalcolabile. Maria Santissima, nostra Madre, la più santa delle creature — più di Lei solo Dio — trasse una sola volta Gesù al mondo; i sacerdoti lo portano su questa terra, al nostro corpo, alla nostra anima, tutti i giorni: e Gesù viene, per nutrirci, per vivificarci, per essere fin da ora pegno della vita futura.

Omelia "Sacerdote per l’eternità", pronunciata dal fondatore dell’Opus Dei il 13 aprile 1973